Un costume di Halloween per bambini a righe grigie e blu è scomparso dal sito di Zara dopo che sui social network molti utenti hanno osservato una somiglianza inquietante con le uniformi dei prigionieri dei campi di concentramento nazisti. Il capo, ispirato al personaggio di Beetlejuice, era composto da cardigan e pantaloncini a righe verticali e presentava sul tessuto segni decorativi che contribuivano a evocare, agli occhi dei critici, immagini tragicamente familiari della Shoah.
Il costume, venduto negli Stati Uniti a 59,90 dollari, aveva cominciato a suscitare polemiche in Europa, per poi attirare maggiore attenzione dopo gli interventi sui social del giornalista israeliano Dov Gil-Har e dell’attivista Hen Mazzig. Mercoledì il prodotto non risultava più disponibile sul sito dell’azienda, anche se continuava a comparire nelle pagine indicizzate da Google. Zara non ha spiegato pubblicamente le ragioni del ritiro e non ha risposto alla richiesta di commento della Jewish Telegraphic Agency.
L’origine cinematografica del costume è evidente. Il completo richiama l’abito indossato da Michael Keaton nel film Beetlejuice del 1988 e nel sequel del 2024. Il problema è l’effetto prodotto una volta trasferito su un vestito per bambini. Le righe verticali grigio-blu e alcune decorazioni incrociate sono state associate da diversi osservatori alle divise dei deportati e al filo spinato che circondava i lager. La polemica sarebbe probabilmente rimasta confinata a una discutibile scelta estetica se Zara non avesse alle spalle altri incidenti dello stesso genere.
Nel 2007 l’azienda ritirò una borsa dopo che una cliente vi aveva scoperto ricamata una svastica. Inditex, il gruppo proprietario del marchio spagnolo, spiegò allora che quel simbolo non compariva nel disegno originariamente approvato dall’azienda. Sette anni dopo arrivò un caso ancora più clamoroso. Zara mise in vendita una maglietta per bambini a righe bianche e blu con una stella gialla a sei punte cucita sul petto. Doveva rappresentare la stella di uno sceriffo e la parola “sheriff” compariva effettivamente al suo interno, ma l’accostamento fra righe e stella gialla richiamava inevitabilmente le uniformi concentrazionarie e il segno imposto agli ebrei dal regime nazista. Zara si scusò, ritirò il prodotto e distrusse le scorte rimaste. È proprio la successione degli episodi ad avere provocato la reazione della Claims Conference, l’organizzazione che rappresenta i sopravvissuti alla Shoah nelle trattative per i risarcimenti con la Germania.
Il suo presidente Gideon Taylor ha sottolineato come il nuovo incidente mostri ancora una volta quanto sia diffusa la mancanza di conoscenza della Shoah. L’immagine utilizzata da Taylor è volutamente brutale: immaginare un sopravvissuto che apra la porta di casa la sera di Halloween e si trovi davanti bambini vestiti in un modo che gli ricorda i prigionieri dei campi di concentramento.
Resta naturalmente impossibile attribuire a chi ha progettato il costume un’intenzione che Zara non ha mai dichiarato e per la quale non esiste alcuna prova. Il problema è un altro e riguarda i controlli che precedono l’arrivo di un prodotto sul mercato. Un’azienda globale dispone di designer, responsabili commerciali, uffici marketing e diversi livelli di approvazione. Che immagini tanto cariche di memoria storica possano attraversarli senza suscitare una domanda è precisamente ciò che ha sorpreso molti utenti. Una volta può essere una svista. Quando gli episodi cominciano a ripetersi, la domanda su quanto conosciamo ancora i simboli della Shoah diventa assai meno facile da liquidare.