C’è una regola elementare della comunicazione che Israele continua, con una costanza quasi autolesionistica, a dimenticare: una menzogna, una deformazione o anche soltanto un’accusa gravissima lasciata senza risposta acquistano forza con il passare delle ore. Dopo qualche settimana diventano una verità acquisita. E quando finalmente arriva la smentita, spesso è troppo tardi.
È quanto sta accadendo con NAZA, il documentario di Yuval Abraham e Rachel Szor sulla guerra a Gaza. Presentato alla Mostra del cinema di Venezia, accolto da venticinque minuti di applausi e vincitore del Premio speciale della Giuria, il film ha cominciato immediatamente una seconda vita, assai più importante di quella cinematografica: quella politica. In Italia è arrivato addirittura al primo posto al box office e la sua distribuzione è stata ampliata; è prevista inoltre una circolazione internazionale in decine di Paesi.
Il suo messaggio è devastante per Israele. Attraverso le testimonianze anonime di 24 persone presentate come appartenenti o ex appartenenti all’apparato militare e d’intelligence israeliano, NAZA descrive una macchina bellica nella quale la morte dei civili sarebbe stata sostanzialmente incorporata nel sistema, gli algoritmi avrebbero assunto un ruolo decisivo nell’individuazione degli obiettivi e sarebbero state ammesse soglie impressionanti di vittime civili per eliminare esponenti di Hamas.
È materiale potentissimo. Perché ha volti, voci, immagini, sale cinematografiche, premi, applausi. E soprattutto perché arriva dentro un’opinione pubblica internazionale già largamente predisposta ad accogliere la rappresentazione di Israele come Paese che a Gaza avrebbe scientemente sacrificato la popolazione civile.
Adesso l’esercito israeliano risponde in maniera circostanziata. Una prima replica era stata diffusa già a metà settembre, dunque sarebbe inesatto sostenere che Tsahal sia rimasto completamente in silenzio. Ma soltanto ora arriva una confutazione organica, punto per punto, delle affermazioni centrali del film. E viene spontaneo chiedersi perché sia stato necessario tanto tempo.
Le contestazioni sono pesanti. L’esercito afferma di non avere mai pianificato, autorizzato o eseguito un attacco nel quale fosse prevista la morte di 500 civili, né di un numero vicino a quella cifra. Smentisce che l’intelligenza artificiale abbia mai scelto autonomamente un obiettivo: l’identificazione, sostiene Tsahal, viene effettuata da ufficiali dell’intelligence, mentre pianificazione e decisione finale coinvolgono professionisti e comandanti. Nega inoltre l’esistenza di automatismi che consentirebbero di sacrificare un numero predeterminato di civili a seconda dell’importanza dell’obiettivo. E precisa che Lavender non sarebbe un elenco di bersagli già approvati, bensì uno strumento informativo utilizzato dagli analisti dell’intelligence.
C’è poi un punto forse ancora più importante. Secondo Tsahal, il film ricostruisce soltanto alcuni segmenti iniziali del processo, quelli conosciuti dagli uomini dell’intelligence intervistati, omettendo le fasi successive: la pianificazione operativa, la valutazione del rischio per i civili, l’intervento dei consulenti legali e la decisione dei comandanti di autorizzare, modificare o annullare un attacco.
Naturalmente una smentita dell’esercito non chiude automaticamente la discussione. Le accuse vanno verificate, le testimonianze esaminate, gli eventuali errori o violazioni israeliane accertati. Lo stesso esercito riconosce che durante una guerra tanto complessa sono avvenuti errori e afferma che centinaia di episodi sono stati sottoposti a verifica. Il problema è però un altro. Quanti tra coloro che hanno visto NAZA, letto recensioni entusiastiche, applaudito il film o incontrato sui social le sue accuse leggeranno queste precisazioni? Quanti sapranno che alcune delle affermazioni più impressionanti del documentario vengono contestate frontalmente e nel dettaglio dall’esercito israeliano? Pochissimi, temo.
Ed è qui che il successo propagandistico di NAZA diventa un fatto politico con cui bisogna fare i conti. Un film premiato a Venezia, accompagnato da venticinque minuti di standing ovation, sostenuto da una grande macchina mediatica internazionale e destinato a una distribuzione vastissima possiede una capacità di penetrazione che nessun comunicato militare pubblicato settimane dopo potrà facilmente contrastare. Anzi, le reazioni iniziali di alcuni esponenti politici israeliani — accuse di tradimento, richieste di revoca della cittadinanza ai registi — hanno probabilmente regalato al film ulteriore pubblicità, permettendo ai suoi autori di presentarsi anche come vittime di una repressione politica. È questo l’aspetto che dovrebbe preoccupare Israele almeno quanto le singole accuse contenute nel documentario.
Le guerre contemporanee si combattono sul terreno e contemporaneamente nell’immaginario pubblico. Su questo secondo fronte una risposta corretta arrivata tardi vale infinitamente meno di una falsità, se falsità è, raccontata bene e raccontata prima. NAZA ha avuto settimane per depositare le proprie immagini, le proprie parole e le proprie accuse nella coscienza di milioni di persone. Oggi Tsahal presenta una risposta molto più precisa, documentata e francamente necessaria. Ma, ahinoi, arriva quando una parte considerevole del danno è già stata fatta.