Home > Attualità > CGIL, lo sciopero dei cattivi maestri

CGIL, lo sciopero dei cattivi maestri

In Toscana il sindacato scende in piazza contro i processi agli attivisti pro-Pal. E il confine tra diritto alla protesta e illegalità diventa sempre più sottile.

Alessandro Bertani

Tempo di Lettura: 4 min
CGIL, lo sciopero dei cattivi maestri
Iimmagine generata con AI

Le devastazioni delle città a cui abbiamo assistito in questi giorni non possono essere liquidate come episodi isolati, come manifestazioni andate storte per la presenza di qualche infiltrato. Sarebbe un errore, commesso anche da chi cerca deliberatamente di minimizzare. E sarebbe altrettanto sbagliato pensare che queste cose nascano dal nulla. È indubbio che simili eventi abbiano spettatori interessati oltreconfine. Non dispiacerà certo all’Iran, ai nemici dell’Occidente, all’islam radicale vedere le città europee, dall’Italia alla Francia, ridotte a un teatro di guerra, tra un tripudio di bandiere palestinesi e simboli pro-Pal.

Il fuoco, che ha covato a lungo sotto la cenere, è stato però alimentato anche dalle nostre università, dalle nostre scuole, dai nostri media, da una parte della politica e persino dalla magistratura. Gli esempi sono molteplici. Ma ve ne è uno, passato quasi inosservato, che li riassume: lo sciopero generale del 14 ottobre scorso, proclamato in Toscana dalla CGIL.

La manifestazione si è tenuta a Massa, sotto lo slogan «la protesta non è reato». Secondo la CGIL, hanno aderito esponenti istituzionali, tra cui il presidente della Regione e alcuni assessori, il PD, il Movimento 5 Stelle, AVS e perfino Magistratura Democratica, quindi un’associazione di magistrati che addirittura esprime un suo rappresentante nel CSM.

La mobilitazione non è stata indetta per rivendicare diritti dei lavoratori. È stata indetta contro i «pacchetti sicurezza», ritenuti strumento di repressione del dissenso, ma soprattutto perché la Procura di Massa ha citato in giudizio alcuni attivisti pro-Pal per aver occupato, durante un corteo dell’ottobre 2025, i binari della stazione di Massa Centro, bloccando la circolazione ferroviaria per quasi un’ora e violando le prescrizioni dell’autorità di pubblica sicurezza. Dal palco è risuonata una martellante denuncia: i processi sono espressione della repressione del dissenso e della criminalizzazione dei manifestanti e occorre difendere i «compagni colpiti dai provvedimenti securitari». Non è teatro dell’assurdo, è realtà.

Un sindacato trasforma in diritto al dissenso un atto di prevaricazione ai danni di cittadini e lavoratori, qual è l’occupazione di infrastrutture di trasporto pubblico. Una parte politica, che aspira a governare il Paese e che in Toscana governa da tempo immemorabile, difende chi blocca treni, occupa stazioni e sfida le forze dell’ordine. Una corrente di magistrati sostiene una mobilitazione che rischia di esercitare pressione sui colleghi della Procura di Massa, «rei» di aver citato a giudizio attivisti pro-Pal (bel gesto di solidarietà).

Siamo tornati ai cattivi maestri? Quelli che non si sporcano le mani e si riempiono la bocca di parole come libertà di manifestazione e diritto alla protesta. Quelli che magari condannano le violenze, ma solo una volta che sono avvenute; non si curano invece del prima, ossia che le loro parole, le loro iniziative possono offrire, anche involontariamente, una sponda a quell’antagonismo che scatena la guerriglia nelle nostre piazze. Quelli che proclamano un «liberi tutti» nel quale scompare il confine tra lecito e illecito.

Mettiamoci un attimo nella (misera) testa dello sfasciavetrine di turno. Se il più grande sindacato d’Italia, alcuni partiti che si candidano a guidare il Paese e persino un’associazione di magistrati lasciano intendere che sia legittima la condotta di chi, con un’azione di forza, ha bloccato la circolazione ferroviaria, allora basta una rivendicazione qualsiasi per giustificare ogni forma di contestazione, anche se violenta.

E una rivendicazione, a modo suo, ce l’ha pure lo sfasciavetrine: sosterrà che anche la sua protesta è legittima, esattamente come quella difesa con lo sciopero del 14 ottobre (d’altronde chi decide cosa è lecito e cosa no? La CGIL?). E pretenderà di ricevere la stessa indulgenza se esibirà una bandiera palestinese o urlerà qualche slogan antisemita o antisionista; se griderà «fascisti» contro qualcuno, senza sapere bene chi o perché; se aggredirà quei poveri cristi in divisa, costretti a subire di tutto per non finire in un processo che non susciterebbe lo stesso sdegno riservato agli attivisti pro-Pal chiamati a giudizio per i fatti del 2025.
Chi alimenta questo meccanismo si assume una responsabilità morale enorme. Ed è ancor più grave se a farlo è un’associazione di magistrati, perché sfrutta l’autorevolezza di chi invece dovrebbe garantire la legalità. Non ce n’è davvero bisogno, soprattutto in questo momento, nel quale chi intende commettere atti di violenza aspetta solo una parola, un minimo cenno che possa legittimare le sue azioni.

Prima di gridare alla repressione, chiunque ricopra un ruolo sociale, politico o istituzionale dovrebbe dunque fare un respiro profondo, lasciare in disparte la propaganda ideologica e preoccuparsi del messaggio che lancia, facendo attenzione alle parole che usa. È proprio ciò che è mancato allo sciopero della CGIL del 14 ottobre. E la buona fede, ammesso che ci sia stata, cambia poco.