Israele ha deciso di intensificare le operazioni contro gli estremisti ebraici responsabili delle violenze in Cisgiordania, aumentando gli sgomberi degli avamposti illegali e rafforzando la presenza delle forze di sicurezza nelle aree più esposte. La decisione arriva dopo un fine settimana segnato da aggressioni contro raccoglitori di olive palestinesi, una fotoreporter americana e alcuni diplomatici europei, episodi che hanno provocato nuove tensioni e suscitato dure reazioni internazionali.
Lunedì 19 ottobre la polizia israeliana ha avviato un’operazione denominata «Foglia d’ulivo», durante la quale dieci sospetti ebrei sono stati arrestati nelle prime ore del mattino. Le perquisizioni hanno permesso, secondo gli investigatori, di sequestrare materiali che collegherebbero gli arrestati agli episodi contestati. Le indagini sono affidate alle unità investigative del distretto di Giudea e Samaria.
La nuova strategia delle autorità israeliane punta soprattutto a colpire gli insediamenti abusivi utilizzati come punti d’appoggio da gruppi estremisti. Dall’inizio del 2026 sono state effettuate circa duecento operazioni di sgombero di strutture illegali, un numero che comprende anche interventi ripetuti negli stessi luoghi. L’obiettivo adesso è raddoppiare gli sgomberi, impedendo che gli avamposti smantellati vengano rapidamente ricostruiti.
A questo scopo, sabato sera sono state mobilitate altre due compagnie di riservisti della polizia di frontiera, destinate a rafforzare i controlli durante la raccolta autunnale delle olive, periodo tradizionalmente caratterizzato da un aumento degli scontri tra coloni e agricoltori palestinesi.
Uno degli episodi più gravi si è verificato venerdì 16 ottobre ad Abu Falah, nei pressi di Ramallah, dove decine di estremisti ebrei incappucciati hanno aggredito alcuni palestinesi impegnati nella raccolta delle olive. Tra i feriti figura Heidi Levine, esperta fotoreporter del Washington Post, che ha riportato fratture alle costole e alle vertebre, oltre a gravi lesioni a una mano. Le immagini dell’aggressione hanno suscitato indignazione anche negli Stati Uniti.
Il giorno successivo, nei pressi del villaggio cristiano di Taybeh, un gruppo di estremisti ha assalito una delegazione comprendente diplomatici francesi, belgi e polacchi. Tra le persone aggredite figurava Bernard Baudoux, sindaco della cittadina francese di Aulnoye-Aymeries, scaraventato a terra mentre indossava la fascia tricolore della sua carica.
La gravità degli episodi ha spinto anche l’ambasciatore americano in Israele, Mike Huckabee, a condannare duramente gli aggressori. Il presidente israeliano Isaac Herzog ha espresso a sua volta una ferma condanna delle violenze, mentre il governo Netanyahu è finito al centro delle polemiche per la risposta giudicata insufficiente da parte dell’opposizione.
Il problema, del resto, precede gli ultimi incidenti. Secondo l’organizzazione israeliana Yesh Din, dal 27 settembre si sono verificati almeno 170 episodi di violenza attribuiti a coloni estremisti. Una situazione che preoccupa gli stessi vertici militari israeliani, consapevoli delle conseguenze sulla sicurezza e sui rapporti con gli alleati occidentali.
La questione decisiva riguarda ora l’efficacia degli interventi. In passato numerosi avamposti abusivi sono stati sgomberati e successivamente ricostruiti, mentre diversi sospetti fermati dalle autorità sono tornati rapidamente in libertà. Per questo i responsabili della sicurezza chiedono provvedimenti giudiziari più incisivi e un coordinamento stabile tra esercito, polizia e magistratura.
Israele si trova così davanti a una prova particolarmente delicata. La capacità di contrastare la violenza degli estremisti ebrei, assicurando alla giustizia i responsabili e impedendo nuove aggressioni, avrà conseguenze dirette sulla sicurezza della Cisgiordania e sulla credibilità delle istituzioni israeliane.

