Dalle barche dirette a Gaza agli uliveti della Cisgiordania. La Global Sumud Flotilla ha aperto una nuova fase della propria mobilitazione internazionale e sta reclutando volontari stranieri disposti a trascorrere almeno due settimane nei territori palestinesi durante la stagione della raccolta delle olive. L’iniziativa viene presentata come una missione di «presenza solidale» accanto alle comunità palestinesi, esposte, secondo gli organizzatori, alla violenza dei coloni e dell’esercito israeliano.
Il programma è pubblicizzato direttamente sul sito della Global Sumud Flotilla, che invita gli attivisti a raggiungere la Cisgiordania tra ottobre e novembre. I candidati vengono sottoposti a una selezione in due fasi, prima dalla stessa organizzazione e successivamente dai partner palestinesi che gestiscono le attività sul terreno. Una volta arrivati, ricevono una formazione sui principi dell’intervento non violento, sulla de-escalation, sui diritti legali e sulla documentazione degli incidenti.
L’obiettivo dichiarato, tuttavia, va ben oltre la presenza negli uliveti. Ai partecipanti viene chiesto esplicitamente di utilizzare l’esperienza una volta rientrati nei rispettivi Paesi, intervenendo pubblicamente, scrivendo, testimoniando e organizzando nuove iniziative. Particolare interesse viene mostrato per giornalisti, documentaristi, personaggi pubblici, rappresentanti politici e collaboratori di parlamentari, cioè persone capaci di trasformare l’esperienza sul campo in pressione politica e mediatica.
È questo l’aspetto sul quale si concentra l’allarme delle autorità israeliane. Il ministero della Diaspora e della Lotta all’antisemitismo sostiene di avere individuato un tentativo di costruire una rete internazionale stabile di militanti, capace di continuare ad agire anche dopo la conclusione della missione. Secondo le informazioni raccolte dal centro operativo del ministero, il programma comprende infatti formazione politica e mediatica e punta a fare dei volontari dei moltiplicatori dell’attivismo nei Paesi di provenienza.
La stessa Global Sumud Flotilla descrive la propria presenza in Cisgiordania come parte di un progetto politico più ampio. Il suo sito spiega che il compito dell’organizzazione consiste nella preparazione, nella strategia politica e nel lavoro mediatico prima della partenza e dopo il ritorno, mentre le operazioni sul terreno restano affidate alle organizzazioni palestinesi partner.
La raccolta delle olive assume così una funzione che supera largamente quella agricola. È un terreno simbolico particolarmente efficace, perché consente di collegare la questione degli insediamenti, gli scontri tra palestinesi e coloni, la presenza dell’esercito e la mobilitazione internazionale in una campagna destinata ad avere risonanza soprattutto fuori da Israele.
Gli organizzatori avvertono inoltre i candidati della possibilità di essere respinti alla frontiera o espulsi e ricordano che precedenti partecipazioni alle missioni della Flotilla possono influire sull’ingresso nel Paese. Proprio per questo Israele sta cercando di identificare preventivamente attivisti, organizzazioni e strutture coinvolte.
Il direttore generale del ministero della Diaspora e della Lotta all’antisemitismo, Avi Cohen-Scali, ha annunciato una linea dura verso chi entrerà nel Paese nell’ambito di campagne organizzate considerate dirette a provocare disordini e a colpire Israele e la sua legittimità. Le informazioni raccolte, ha spiegato, saranno trasmesse alle autorità competenti affinché intervengano nei limiti previsti dalla legge.
La Global Sumud Flotilla, dunque, cambia terreno senza abbandonare il proprio metodo. Dopo il mare, arriva la Cisgiordania. E questa volta la posta in gioco dichiarata dagli stessi organizzatori è destinata a proseguire molto oltre gli uliveti palestinesi.

