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Cisgiordania, terrorismo e vergogna per l’ebraismo

L’attivismo criminale dei gruppi fanatici ebraici in Giudea e Samaria mette continuamente a rischio la vita dei soldati, della popolazione e dello stesso Stato d’Israele con azioni che sono contro la stessa morale ebraica

Daniel Bettini

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Cisgiordania, terrorismo e vergogna per l'ebraismo

Dopo il massacro del 7 ottobre, oltre ai fronti aperti a Gaza e in Libano, se n’è aperto un altro anche in Giudea e Samaria (Cisgiordania). La preoccupazione è seria e si basa su informazioni di intelligence. Organizzazioni terroristiche come Hamas e il Jihad Islamico, finanziate e dirette dall’Iran, potrebbero tentare una invasione negli insediamenti e nelle città israeliane vicine per compiere nuovi massacri. Uno scenario tutt’altro che irrealistico.

Sulla base delle informazioni raccolte dallo Shabak (servizi di intelligence interna) dopo anni di monitoraggio, l’esercito israeliano ha lanciato una vasta operazione nelle cosiddette “capitali del terrorismo” della Cisgiordania, in particolare nei campi profughi di Jenin e Nablus, ma anche a Hebron e in numerosi altri villaggi e centri abitati. È stata un’operazione imponente e aggressiva, pensata per impedire sul nascere qualsiasi piano organizzato dei gruppi terroristici volto a replicare quanto accaduto il 7 ottobre.

L’operazione ha suscitato, come prevedibile, forti critiche internazionali, ma era pienamente giustificata. Dopo il 7 ottobre Israele non poteva più permettersi di limitarsi a osservare e attendere: ha scelto di non farsi sorprendere di nuovo. Le operazioni hanno ricevuto un ampio sostegno,come ovvio, dall’Idfma da una parte significativa dello spettro politico e dell’opinione pubblica.

Negli ultimi mesi, però, in Giudea e Samaria sta accadendo qualcosa di completamente diverso. Questa volta il pericolo proviene proprio da coloro che si considerano dei “pionieri”, ma che in realtà mettono a rischio i soldati dell’Idf, la sicurezza dello Stato di Israele e gettano un’ombra sull’intero movimento degli insediamenti, sull’esercito e sullo Stato d’Israele, sia sul piano della sicurezza e della diplomazia, ma soprattutto su quello morale.

Mentre negli ultimi mesi l’attenzione di Israele era concentrata soprattutto sull’Iran e sulrischio di un’escalation regionale, gruppi di coloni estremisti hanno approfittato della situazione per creare nuovi avamposti e consolidare la presenza israeliana sul territorio, con l’obiettivo di rafforzare il controllo ebraico sull’area e impedire qualsiasi futura prospettiva di uno Stato palestinese.

In Cisgiordania vivono circa tre milioni di palestinesi e mezzo milione di coloni ebrei. La stragrande maggioranza sono persone rispettose della legge, che hanno scelto di vivere in una regione contesa per convinzioni ideologiche e con un forte legame storico con quei luoghi.

Si può discutere del diritto stesso agli insediamenti e dell’intero progetto delle colonie. È legittimo essere contrari, così come è legittimo sostenerlo. La quasi totalità degli abitanti della Giudea e Samaria – e lo affermo sulla base della mia esperienza personale – possiede un forte senso morale. Contribuisce in modo significativo alla sicurezza del Paese e ha pagato un tributo di sangue enorme, sproporzionato rispetto alla propria consistenza numerica, in tutte le guerre di Israele e soprattutto nel conflitto iniziato il 7 ottobre. Inoltre, offre un contributo importante all’economia nazionale e a molti dei principali settori industriali del Paese.

Tuttavia, tra loro vi sono ormai alcune migliaia di giovani – non più poche decine o qualche centinaio – organizzati, estremamente radicalizzati, che si rendono responsabili di una vergognosa violenza nazionalista contro i vicini palestinesi, giustificando le proprie azioni con la presunta difesa dei confini di Israele: una motivazione che considero falsa e offensiva.

Il fenomeno dei cosiddetti ragazzi delle colline è iniziato anni fa. Per molto tempo sono stati considerati poco più che un fastidio per le forze di sicurezza, e lo Stato non li ha ritenuti un problema serio. Erano giovani senza punti di riferimento, spesso esclusi da ogni contesto sociale; alcuni nemmeno provenivano dalla Giudea e Samaria. Hanno scelto di stabilirsi sulle colline della Cisgiordania creando fattorie e nuovi avamposti. Hanno sempre dichiarato che la loro lealtà era rivolta prima di tutto alla Torah. Aggredivano soldati israeliani e palestinesi e non hanno mai riconosciuto pienamente l’autorità dello Stato.

Negli ultimi due anni, però, il fenomeno è enormemente cresciuto. E oggi questi giovani godono anche di un pericoloso sostegno ideologico all’interno delle istituzioni israeliane, del governo e, in parte, persino dell’esercito. Da ministri estremisti come Itamar Ben Gvir, responsabile della polizia, che ha dato istruzioni affinché le forze dell’ordine non intervengano con decisione contro i loro reati fino a Bezalel Smotrich, che tra le altrecompetenze è responsabile dell’amministrazione civile in Giudea e Samaria ed è un convinto sostenitore dell’espulsione della popolazione palestinese, contribuisce a questo clima.

Il numero di questi giovani continua ad aumentare. Non si tratta più di un fenomeno marginale. Rappresentano una pericolosa minaccia.
Non si limitano a provocare i vicini palestinesi. Entrano nei villaggi, incendiano abitazioni e attrezzature agricole, rubano greggi e bestiame, uccidono animali e, in alcuni casi, hanno tentato di dare fuoco a case con le persone ancora all’interno. Talvolta hanno anche ucciso civili palestinesi innocenti.

L’esercito è costretto a intervenire, ma spesso non riesce – o non vuole davvero – arrestare i responsabili. L’Idf si sente pressoché impotente di fronte al fenomeno. Questi gruppi sono ben organizzati, conoscono i tempi e le modalità con cui agire e sanno come sottrarsi agli arresti.
Rappresentano anche un grave problema per lo stesso esercito, costretto a impiegare numerosi soldati per ristabilire l’ordine e separare le due popolazioni quando entrano in contatto.

Un episodio avvenuto pochi giorni fa dimostra perfettamente i rischi che i vertici militari avevano già denunciato. Un gruppo di coloni ha deciso di effettuare un’escursione in una zona sensibile e ha richiesto la protezione di un battaglione dell’esercito. Il gruppo è entrato nel villaggio palestinese di Tell, dove decine di abitanti li stavano aspettando. Ne è nato un violento scontro.

Un religioso del villaggio è riuscito a sottrarre l’arma a una guardia di sicurezza israeliana che accompagnava il gruppo e ha ucciso sia lui sia un ufficiale dell’Idf presente sul posto. Nel caos che ne è seguito, l’attentatore e altri tre palestinesi sono stati uccisi dal fuoco israeliano.

Alti ufficiali dell’esercito hanno avvertito che provocazioni di questo tipo rischiano di innescare una spirale infinita di attentati palestinesi e successive rappresaglie ebraiche, alimentando un ciclo di violenza sempre più difficile da controllare e capace di incendiare l’intera regione.