Israele e Venezuela tornano a parlarsi ufficialmente dopo diciassette anni. I due Paesi hanno concordato la riattivazione dei servizi consolari e la creazione di un meccanismo di coordinamento per assistere i rispettivi cittadini, primo passo concreto verso una possibile ricostruzione dei rapporti diplomatici interrotti nel 2009. Il disgelo arriva dopo il cambio di potere a Caracas e ha trovato un acceleratore inatteso nella devastante emergenza provocata dai terremoti di giugno.
L’accordo annunciato l’11 agosto ha per ora una portata consolare e tecnica, dunque non equivale al pieno ristabilimento delle relazioni diplomatiche. Il suo significato politico è tuttavia evidente, considerando la storia recente dei rapporti tra i due Paesi. Il Venezuela di Hugo Chávez espulse l’ambasciatore israeliano nel gennaio 2009, durante l’operazione Piombo Fuso a Gaza, e poco dopo ruppe formalmente le relazioni con Gerusalemme. Negli anni successivi, sotto Nicolás Maduro, Caracas mantenne una linea fortemente ostile a Israele e consolidò la propria alleanza con l’Iran.
Lo scenario è cambiato rapidamente dopo la cattura di Maduro da parte delle forze statunitensi nel gennaio scorso e l’ascesa alla presidenza di Delcy Rodríguez. Il nuovo governo ha progressivamente riavvicinato il Venezuela agli Stati Uniti e il movimento ha aperto spazi anche sul fronte israeliano.
A trasformare una possibilità diplomatica in un rapporto concreto è stata però la catastrofe del 24 giugno, quando due violentissimi terremoti hanno colpito il Venezuela provocando distruzioni e migliaia di vittime. Israele, pur in assenza di relazioni diplomatiche, ha inviato una missione composta da personale del ministero degli Esteri, specialisti del Comando del Fronte Interno delle IDF ed esperti della National Emergency Management Authority. Alla squadra presente sul terreno si sono aggiunti una ventina di tecnici al lavoro da Israele per contribuire alla preparazione di un piano nazionale di ricostruzione.
La missione ha assunto progressivamente dimensioni che andavano oltre il soccorso immediato. Gli israeliani hanno collaborato con le autorità venezuelane nella valutazione degli edifici danneggiati e nella definizione degli interventi necessari per consentire il ritorno degli sfollati. Delcy Rodríguez ha incontrato personalmente la delegazione e, al termine delle operazioni, il governo venezuelano ha espresso pubblicamente il proprio apprezzamento per l’assistenza ricevuta.
Da quel contatto è nata la decisione di mantenere aperto il canale. Nella dichiarazione congiunta, i due governi hanno concordato di proseguire la cooperazione tecnica collegata all’emergenza e alla ricostruzione, oltre a ripristinare i servizi consolari. Una normalizzazione completa richiederà ulteriori passaggi, tuttavia il muro costruito durante gli anni di Chávez e Maduro presenta ormai una breccia difficilmente ignorabile.
Dietro il riavvicinamento si intravede anche un interesse economico considerevole. Nelle ultime settimane il ministro israeliano dell’Energia e delle Infrastrutture Eli Cohen ha avuto colloqui con esponenti del governo venezuelano per valutare collaborazioni nei settori energetico, commerciale, tecnologico e dell’innovazione. È inoltre prevista una missione professionale israeliana in Venezuela.
Il settore decisivo è naturalmente quello dell’energia. Il Venezuela possiede circa 303 miliardi di barili di riserve petrolifere provate, le più grandi del mondo, pari secondo i dati statunitensi a circa il 17 per cento delle riserve globali. Questa ricchezza straordinaria convive da anni con una capacità produttiva molto inferiore alle possibilità del Paese, frenata dal deterioramento delle infrastrutture, dalla carenza di investimenti e personale qualificato e dagli effetti delle sanzioni internazionali.
È proprio questa distanza fra risorse disponibili e capacità di sfruttarle a rendere interessante una collaborazione con Israele. Tecnologie per la gestione dell’acqua, infrastrutture, sicurezza energetica, sistemi digitali e innovazione applicata possono offrire a Caracas competenze utili nella lunga ricostruzione della propria economia. Per Israele, parallelamente, il Venezuela rappresenta un mercato potenzialmente importante e un possibile tassello nella diversificazione dei rapporti energetici.
La portata dell’operazione resta però soprattutto geopolitica. Per quasi due decenni Caracas è stata uno dei punti di riferimento latinoamericani dell’asse antiamericano e uno dei partner più affidabili dell’Iran nell’emisfero occidentale. Il ripristino dei rapporti con Israele segnala quanto rapidamente quel sistema di alleanze possa essere rimesso in discussione dopo il cambio di potere.
Diciassette anni dopo la rottura decisa da Chávez, Israele è dunque tornato in Venezuela attraverso una porta che nessuno aveva previsto. Prima sono arrivati ingegneri e soccorritori per aiutare un Paese devastato dal terremoto. Adesso arrivano diplomatici, tecnici ed esperti di energia. Se il percorso continuerà fino al ripristino delle ambasciate, la missione umanitaria di giugno avrà prodotto una delle più sorprendenti aperture diplomatiche israeliane degli ultimi anni.