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Venticinque anni dopo la strage di Sbarro, Haya è ancora quella bambina di otto anni

Nell’attentato di Hamas a Gerusalemme perse i genitori e tre fratelli. Oggi ha tre figli, convive con le ferite e racconta un dolore che con il tempo è diventato più profondo

Shira Navon

Tempo di Lettura: 4 min
Venticinque anni dopo la strage di Sbarro, Haya è ancora quella bambina di otto anni

Aveva otto anni quando il 9 agosto 2001 entrò con la famiglia nella pizzeria Sbarro, all’angolo tra Jaffa Road e King George Street, nel cuore di Gerusalemme. Pochi minuti dopo un terrorista suicida di Hamas si fece esplodere nel locale affollato. Haya Schijveschuurder perse in quell’istante il padre Mordechai, la madre Tzira e tre fratelli, Raya, Hemda e Avraham Yitzhak. Lei e la sorella Leah sopravvissero, gravemente ferite. Venticinque anni dopo, Haya dice che la vita è andata avanti. Dentro di lei, però, quella bambina di otto anni è rimasta.

Oggi ha 33 anni, vive a Rishon LeZion, è sposata e ha tre figli. A ciascuno ha dato un nome che conserva quello di una persona perduta. Rafael Matan ricorda il padre Mordechai Rafael, Shahar Tzira porta il nome della madre, la più piccola si chiama Hemda, come la sorellina di due anni uccisa nell’attentato. Ai figli ha raccontato che i nonni e gli zii sono morti. Ha lasciato fuori, almeno per ora, la parte più difficile. «Come si spiega a un bambino di sei anni che vai in un ristorante e il ristorante esplode?», racconta.

Di quel 9 agosto ricorda quasi tutto. La famiglia era arrivata a Gerusalemme per trascorrere insieme una giornata d’estate. Cercarono un posto dove mangiare, entrarono da Sbarro, uscirono perché una delle bambine preferiva andare altrove, poi tornarono sui loro passi. Haya era in fila alla cassa con il padre, Leah e il fratellino Avraham Yitzhak. La madre si era seduta con Raya e Hemda. Poi l’esplosione.

Haya riuscì a raggiungere da sola l’uscita mentre il locale bruciava. Vide una struttura che stava cedendo, aspettò che crollasse e la scavalcò. Fu soccorsa all’esterno, con il corpo coperto di ustioni. Ricorda i paramedici che le versavano acqua addosso e, soprattutto, l’ambulanza. Accanto a lei c’era il fratellino Avraham Yitzhak, una benda sulla testa. Haya continuava a chiamarlo. Lui era già morto.

In ospedale chiedeva continuamente dove fosse il padre. Le rispondevano che sarebbe arrivato. Quando vide entrare i fratelli maggiori con gli abiti strappati secondo il rito ebraico del lutto e il volto annerito di Leah, comprese che era accaduto qualcosa di irreparabile. Le dissero che cinque membri della famiglia erano stati assassinati. La prima domanda di una bambina di otto anni fu chi avrebbe cucinato, pulito la casa, mandato avanti la famiglia. La strage di Sbarro provocò inizialmente quindici morti e oltre cento feriti. Il bilancio è salito a sedici nel 2023, quando è morta Chana Nachenberg, rimasta per quasi ventidue anni in stato vegetativo a causa delle lesioni riportate nell’attentato. Tra le vittime vi furono sette bambini.

Per Haya la fine dell’attentato fu soltanto l’inizio di un’altra storia. Lei e Leah trascorsero un periodo in Svizzera presso uno zio, poi tornarono in Israele e furono accolte dal fratello maggiore Meir e dalla moglie, che assunsero di fatto il ruolo dei genitori. A diciotto anni Haya sviluppò l’epilessia e negli anni successivi ha subito numerosi interventi, compresi tre interventi cerebrali. Le conseguenze fisiche della strage continuano ancora oggi a impedirle di lavorare.

Il tempo, racconta, non ha attenuato il dolore come spesso si immagina. In alcuni aspetti lo ha reso più duro. Diventare adulta significa attraversare tutti i passaggi importanti senza poter telefonare alla madre. Una gravidanza, la nascita di un figlio, una difficoltà quotidiana. Oggi soffre anche per ciò che i suoi bambini hanno perduto prima ancora di nascere: «Hanno perso dei nonni straordinari senza averli mai potuti conoscere».

Il 7 ottobre 2023 e le guerre successive hanno riaperto ferite che sembravano almeno parzialmente cicatrizzate. Durante i periodi di allarme e di attacchi, Haya deve mostrarsi tranquilla davanti ai figli mentre combatte contro la propria paura. Negli ultimi mesi è tornato anche un sogno ricorrente. Ogni notte rivede Avraham Yitzhak nell’ambulanza e torna a parlargli, esattamente come fece venticinque anni fa. Eppure Haya ride, scherza, utilizza perfino l’umorismo nero. «Non sono depressa», dice. Ha imparato a vivere accanto a ciò che le è successo, anziché aspettare che scompaia.

Dalla strage nacque anche qualcosa destinato a durare. Negli Stati Uniti, quella stessa sera, Michal Belzberg avrebbe dovuto festeggiare il proprio Bat Mitzvah. Dopo aver appreso dell’attentato chiese alla famiglia di cancellare la festa e di utilizzare quel momento per aiutare le vittime. Da quella decisione nacque OneFamily, organizzazione israeliana che ancora oggi assiste sopravvissuti al terrorismo e famiglie colpite dagli attentati. Haya è stata tra le persone accompagnate dall’associazione nel suo lungo percorso.

Venticinque anni sono abbastanza per sposarsi, avere figli, costruire una casa e imparare nuovamente a sorridere. Non sempre bastano a separarsi dalla bambina che uscì da un ristorante in fiamme chiedendo dove fosse suo padre. «La vita continua», dice Haya. «Ma in qualche posto dentro di me sono ancora quella bambina di otto anni».