La Russia resta in Siria. È questo il dato più importante del nuovo accordo raggiunto pochi giorni fa tra Damasco e Mosca sulla presenza russa lungo la costa siriana. La caduta di Bashar Assad, nel dicembre 2024, aveva fatto pensare alla fine dell’alleanza che per anni aveva garantito al Cremlino una posizione strategica nel Mediterraneo orientale. L’accordo dimostra che la fine del regime di Assad non coincide con la fine della presenza russa nel Paese.
Il punto centrale riguarda le due principali installazioni russe: la base navale di Tartous e quella aerea di Hmeimim, vicino a Latakia. Secondo il ministero degli Esteri siriano, entro tre mesi diventeranno «centri di addestramento congiunti» sulla base di nuovi accordi destinati a tutelare gli interessi di entrambe le parti. La formula resta generica, soprattutto sulla futura presenza militare russa. Il significato strategico dell’accordo è chiaro: Tartous è il principale punto d’appoggio navale russo nel Mediterraneo, mentre Hmeimim offre capacità aeree, logistiche e collegamenti con il Medio Oriente e il Nord Africa. Per Mosca conservarle significa mantenere una presenza avanzata in un’area cruciale per gli equilibri regionali.
L’accordo acquista ancora maggiore rilievo considerando la storia dei rapporti tra Russia e Siria. Mosca ha sostenuto il regime di Assad per decenni. Dopo lo scoppio della guerra civile nel 2011, il Cremlino ha continuato a fornire sostegno politico e militare a Damasco. Nel 2015 la Russia è intervenuta direttamente nel conflitto con la propria aviazione, contribuendo alla riconquista di vaste aree del territorio siriano da parte delle forze governative. Tra gli avversari di Assad c’era Ahmad al-Sharaa, oggi presidente della Siria. Ex membro di al-Qaeda, al-Sharaa ha guidato Jabhat al-Nusra, organizzazione jihadista successivamente evoluta in Hayat Tahrir al-Sham. Le sue forze furono colpite dagli attacchi aerei russi durante la guerra. Nel dicembre 2024, quando il regime sembrava avere consolidato il proprio controllo sul Paese, l’offensiva guidata da al-Sharaa ha provocato il crollo di Assad e la sua fuga in Russia.
Per Mosca fu una pesante sconfitta politica: perse il suo principale alleato arabo e dovette confrontarsi con una nuova realtà a Damasco. Le basi divennero subito una questione decisiva. Il nuovo governo siriano, impegnato nella ricostruzione e nel riconoscimento internazionale, ha scelto di negoziare con Mosca invece di imporne l’uscita completa. Damasco ha chiesto contropartite, tra cui risarcimenti per i danni di guerra e persino l’estradizione di Assad. Quest’ultima non è avvenuta, né risulta inclusa nell’accordo appena raggiunto.
I negoziati sono arrivati anche al livello più alto. Nell’ottobre 2025 Vladimir Putin ha incontrato al-Sharaa al Cremlino. Dopo circa un anno e mezzo di trattative è arrivato il memorandum d’intesa che Damasco definisce il passaggio più importante nei rapporti con Mosca dalla caduta di Assad.
L’accordo distingue tra strutture civili e militari. La Siria assumerà il controllo delle infrastrutture civili, comprese le strutture di attracco del porto di Tartous e l’aeroporto internazionale di Latakia, già passato sotto l’autorità siriana.
La soluzione permette a Damasco di riaffermare la propria sovranità sulle infrastrutture e a Mosca di conservare una presenza strategica. La Russia non ha più il rapporto privilegiato costruito con Assad e deve trattare con un governo guidato da chi fino a poco tempo fa combatteva le forze sostenute da Mosca. Al-Sharaa considera utile mantenere aperto il canale con una potenza come la Russia, che conserva così ciò che più conta per la sua strategia regionale: un punto d’appoggio sul Mediterraneo.