I cosiddetti Accordi della Mecca tra sauditi, turchi e pakistani rappresentano innanzitutto un ulteriore indebolimento per il regime khomeinista perché costituiscono una minaccia concreta fondamentalmente contro gli Houthi, cioè contro uno dei pochi soci di Teheran ancora, per così dire, pienamente operativi.
L’Iran ha sostanzialmente ancora una sola arma (peraltro limitata, vista la situazione economica nazionale sempre più disperata e la richiesta dell’indispensabile alleato cinese di fermarsi di fronte alla possibilità di crisi dei mercati internazionali): ricattare l’ordine economico globale per frenare gli Stati Uniti. E in questo senso il ruolo di Sana’a nel Mar Rosso e nell’accesso al canale di Suez è molto importante.
Però, al di là degli aspetti positivi, l’intesa tra Riyad, Ankara e Islamabad ha anche risvolti ambigui. Innanzitutto quello rappresentato da una tentazione turco-pakistana terzaforzista tra Israele e Iran, e tra Cina e India. Il prevalere di questa tendenza potrebbe determinare il blocco dei due progetti (gli Accordi di Abramo tra gli Stati della Penisola arabica e l’Imec, cioè il corridoio economico India-Medio Oriente-Mediterraneo) in grado di stabilizzare un’area geografica fondamentale per pacifici equilibri internazionali.
Le preoccupazioni sulle posizioni di turchi e pakistani crescono se si considerano le difficoltà di Washington ad agire strategicamente, difficoltà accresciute dall’attesa dei risultati del voto di mid-term negli Stati Uniti che si terrà a novembre. Oggi questa attesa paralizza la politica americana, impegnata nelle campagne elettorali; domani potrebbe determinare equilibri politici incerti per la governance degli Stati Uniti.
È evidente come anche nell’Unione europea, dove Francia, Italia e Spagna avranno elezioni decisive nel 2027 e in Germania il voto del Land della Sassonia potrebbe creare gravi sconquassi politici, gli elementi d’incertezza del quadro politico siano rilevanti. Però l’Unione europea ha un’occasione storica per compensare le difficoltà strategiche di Washington e contribuire a stabilizzare una zona fondamentale sia per la pace nel mare di «casa», cioè il Mediterraneo, sia per consolidare il sistema di rifornimenti energetici, un’impresa che, se gestita con chiarezza nei metodi e negli obiettivi, non sarebbe difficile da spiegare anche ai vari elettorati degli Stati dell’Unione.
Oggi, per rilanciare gli Accordi di Abramo e per far decollare l’Imec, è indispensabile disarmare Hezbollah e Hamas, intimidire gli Houthi e costruire un’entità palestinese garantendo allo Stato ebraico che questa «entità» non rilancerà iniziative terroristiche come è avvenuto negli ultimi decenni.
L’Unione europea avrebbe un disperato bisogno di un’iniziativa in questo senso, che sarebbe la base per rilanciare il suo ruolo nel mondo e aiuterebbe anche a ricostruire un rapporto meno travagliato con gli Usa. Costruire in questo senso una proposta insieme alla Lega araba e agli Stati Uniti potrebbe essere la strada per realizzare quella sorta di miracolo che ho cercato di descrivere.