Israele vuole essere in grado di continuare a combattere anche quando gli arsenali degli alleati si svuotano e le forniture dall’estero rallentano o si interrompono. È questa la conclusione più importante di un documento interno del ministero della Difesa che propone di ripensare profondamente la politica industriale militare israeliana prendendo a riferimento, per alcuni aspetti, il modello cinese.
Il rapporto, preparato da SIBAT, la direzione del ministero incaricata della cooperazione e delle esportazioni nel settore della difesa, parte dalle lezioni delle guerre degli ultimi anni. Ucraina, Iran e i conflitti sostenuti da Israele hanno mostrato che la disponibilità di sistemi tecnologicamente avanzati serve a poco se un Paese non possiede anche stabilimenti, materie prime, componenti e catene logistiche capaci di assicurare una produzione continua di missili, munizioni e ricambi. SIBAT partecipa anche alla definizione delle politiche israeliane nel settore dell’industria militare e della sua presenza sui mercati internazionali.
La formula utilizzata nel documento è «resilienza prima dell’efficienza». Dietro queste parole c’è una critica abbastanza esplicita al modello seguito per anni da molte economie occidentali, fondato sulla riduzione delle scorte, sulla specializzazione produttiva e sulla possibilità di acquistare rapidamente sul mercato ciò che manca. Una guerra lunga cambia completamente il calcolo. Un missile che sulla carta può essere comprato all’estero perde valore strategico se il Paese che dovrebbe fornirlo deve prima ricostituire le proprie riserve.
È qui che entra in scena la Cina. Pechino ha costruito un enorme sistema industriale nel quale Stato, imprese e obiettivi strategici sono strettamente collegati. Il ministero israeliano riconosce i limiti di questo modello, che può produrre sprechi, inefficienze e una minore pressione competitiva sull’innovazione. Ritiene tuttavia che le dimensioni dell’apparato produttivo cinese offrano a Pechino un vantaggio decisivo quando occorre sostenere nel tempo uno sforzo militare di grandi proporzioni.
Israele non pensa naturalmente di copiare l’economia cinese. La questione è assai più concreta e riguarda il grado di dipendenza che un Paese continuamente esposto alla guerra può permettersi. Gli Stati Uniti restano il principale alleato militare di Gerusalemme e il rapporto con Washington conserva un valore insostituibile. Proprio le difficoltà incontrate dagli americani nel ricostituire rapidamente alcune scorte dopo gli enormi consumi provocati dalle guerre recenti hanno però rafforzato nell’apparato israeliano la convinzione che una parte maggiore della produzione debba essere garantita sul territorio nazionale.
Il ragionamento era già emerso pubblicamente nel settembre 2025, quando Benjamin Netanyahu parlò della necessità di trasformare Israele in una sorta di «super-Sparta», capace di ridurre la dipendenza dall’estero soprattutto nella produzione militare. Il discorso suscitò forti polemiche perché il premier utilizzò anche il termine autarchia, evocando il rischio di un progressivo isolamento economico. Nei giorni successivi cercò di ridimensionare quella interpretazione, precisando che il problema riguardava soprattutto settori strategici legati alla difesa.
Ora quella discussione assume una dimensione finanziaria gigantesca. Netanyahu ha chiesto di portare a 400 miliardi di shekel l’aumento delle risorse destinate alla difesa nell’arco dei prossimi tredici anni, rispetto ai 350 miliardi sui quali era stato costruito il precedente programma pluriennale. Il confronto con il ministero delle Finanze riguarda quindi anche quanto dell’economia israeliana possa essere destinato permanentemente alla sicurezza senza comprimere investimenti civili, servizi e crescita.
La lezione cinese, in questo senso, riguarda meno la Cina di quanto sembri. Israele sta cercando una risposta a una vulnerabilità emersa con chiarezza dal 7 ottobre in poi. Un esercito può disporre delle tecnologie migliori al mondo e avere alle spalle alleati potenti, ma in una guerra che dura mesi o anni conta anche qualcosa di molto più elementare, la capacità di continuare a produrre.
Il nuovo principio che prende forma al ministero della Difesa parte esattamente da qui. Israele vuole conservare l’alleanza americana e restare integrato nei mercati occidentali, aumentando allo stesso tempo il numero di sistemi essenziali che può costruire, riparare e rifornire da solo. Dopo anni nei quali l’efficienza economica suggeriva di comprare dove costava meno, la sicurezza nazionale impone ormai una domanda diversa. Conta sapere chi continuerà a produrre quando la guerra sarà ancora in corso.