Un patto militare tra tre delle maggiori potenze del mondo islamico. Una clausola di difesa collettiva che ricorda quella della NATO.
E, appena ventiquattr’ore dopo la firma, il ministro della Difesa di uno dei tre Paesi che indica Israele come nemico dell’intero mondo musulmano.
La sequenza è abbastanza impressionante. Pakistan, Arabia Saudita e Turchia hanno firmato alla Mecca un accordo di difesa trilaterale destinato a rafforzare la cooperazione militare e la deterrenza comune. Il principio centrale è inequivocabile: un attacco contro uno dei tre Paesi sarà considerato un attacco contro tutti.
Il ministro degli Esteri turco Hakan Fidan ha paragonato tecnicamente il meccanismo all’articolo 5 del Trattato Nord Atlantico, pur precisando che l’accordo non è diretto contro uno Stato particolare. La Turchia, peraltro, è essa stessa membro della NATO.
Il giorno successivo, però, da Islamabad è arrivata una dichiarazione che cambia inevitabilmente la prospettiva politica dell’accordo.
Il ministro della Difesa pachistano Khawaja Muhammad Asif ha chiesto ai Paesi musulmani di costruire un fronte comune contro Israele. «Nel caso di Israele, tutti i Paesi musulmani devono unirsi. Su questo non ho alcun dubbio», ha dichiarato durante un’intervista televisiva. Israele, secondo Asif, rappresenterebbe una minaccia per «l’intero mondo musulmano» e sarebbe uno Stato «illegittimo».
Il ministro ha sostenuto inoltre che un eventuale cambio di governo a Gerusalemme non modificherebbe sostanzialmente la situazione. Netanyahu, Bennett o qualsiasi altro leader israeliano, ha detto in sostanza, rappresenterebbero soltanto variazioni marginali della stessa politica ostile all’Islam.
Il problema, dunque, per il ministro della Difesa pachistano è Israele in quanto tale.
Asif non è nuovo a dichiarazioni di questo genere. Nell’aprile scorso aveva definito Israele «malvagio», «una maledizione per l’umanità» e uno «Stato canceroso», arrivando ad augurare l’inferno a coloro che, secondo la sua formulazione, lo avrebbero creato «per liberarsi degli ebrei europei». Il ministro degli Esteri israeliano Gideon Sa’ar aveva denunciato quelle parole come un caso di aperta propaganda antisemita e aveva osservato che definire «canceroso» lo Stato ebraico equivale a evocare la sua eliminazione.
Adesso, però, quelle dichiarazioni acquistano un peso diverso.
Il Pakistan è infatti una potenza nucleare. Possiede uno dei maggiori eserciti del mondo e intrattiene da decenni rapporti militari strettissimi con l’Arabia Saudita. Ankara dispone a sua volta del secondo esercito più numeroso della NATO. Riyadh è una delle maggiori potenze economiche e militari del Medio Oriente.
Per questo l’accordo firmato alla Mecca è stato immediatamente descritto da diversi osservatori come l’embrione di una possibile “NATO islamica”.
Occorre però evitare una sovrapposizione che al momento i fatti non autorizzano. Arabia Saudita e Turchia non hanno aderito all’appello di Asif contro Israele e il testo dell’accordo non indica Israele come avversario. Ankara insiste anzi sul carattere difensivo dell’intesa. Riyadh, dal canto suo, mantiene una posizione molto più complessa nei confronti dello Stato ebraico e negli ultimi anni ha ripetutamente esplorato — sia pure tra brusche frenate e condizioni sempre più difficili — la possibilità di una futura normalizzazione.
Resta la coincidenza politica.
Il 7 agosto nasce un’alleanza militare tra Pakistan, Arabia Saudita e Turchia. Il giorno seguente il ministro della Difesa pachistano chiede che i Paesi islamici si presentino uniti militarmente contro Israele.
E c’è un altro elemento che rende particolarmente significativa la scelta delle parole. Islamabad continua ufficialmente a sostenere la soluzione dei due Stati e afferma che il riconoscimento di Israele potrà essere preso in considerazione soltanto dopo la nascita di uno Stato palestinese sovrano sui confini precedenti al 1967, con Gerusalemme Est capitale.
Eppure Asif va molto oltre questa posizione diplomatica. La sua accusa riguarda la legittimità stessa dell’esistenza dello Stato ebraico.
La questione diventa allora capire quale delle due linee prevarrà.
Una cosa è un accordo di sicurezza tra tre Paesi che cercano maggiore autonomia strategica in una regione sempre più instabile.
Altra cosa sarebbe trasformare progressivamente quell’alleanza in un blocco politico-militare organizzato attorno all’identificazione di Israele come nemico comune.
Per ora siamo ancora nel primo scenario.
Ma il ministro della Difesa dell’unica potenza nucleare musulmana ha appena indicato pubblicamente la strada verso il secondo.