Il 7 agosto, alla Mecca, rappresentanti di Arabia Saudita, Pakistan e Turchia hanno firmato un accordo di mutuo soccorso militare. L’accordo, chiamato ufficialmente il Patto Congiunto di Difesa della Mecca, crea un blocco di difesa sunnita tra tre alleati degli Stati Uniti, i cui membri si impegnano a soccorrersi in caso di aggressione militare.
Ma chi temono i tre Paesi contraenti e perché sentono la necessità di impegnarsi mutualmente proprio adesso? Tre i motivi principali che spiegano l’accordo:
• Il defilamento americano come garante della sicurezza delle monarchie del Golfo.
• Le divergenze tra i Paesi del Golfo a seguito dell’ancora non conclusa fase conflittuale con l’Iran.
• Il timore dell’ascesa egemonica della Repubblica islamica dell’Iran e di Israele nella regione.
L’accordo è stato presentato come un patto difensivo da invocare, sul modello dell’articolo 5 della NATO, in caso di aggressione esterna contro uno dei tre Paesi, anche se è evidente che il Paese attualmente più vulnerabile e a rischio è l’Arabia Saudita e l’aggressore più probabile è l’Iran degli Ayatollah. Tuttavia, il patto non è necessariamente uno strumento deterrente contro aggressioni iraniane dirette o via gregari.
Meno di 48 ore dopo la firma, gli Houthi hanno colpito molteplici obiettivi sauditi senza peraltro far scattare il meccanismo di tutela reciproca previsto dal patto. Il Pakistan, poi, ha una lunga frontiera con l’Iran, interessi economici importanti in gioco con Teheran, e ha assunto un ruolo chiave nella mediazione diplomatica per chiudere il conflitto in corso. Schierarsi militarmente a fianco dei sauditi contro l’Iran o i suoi gregari in Yemen metterebbe tutto a rischio. Quanto alla Turchia, pur essendo tradizionalmente un rivale dell’Iran (sin dai tempi imperiali ottomani), anch’essa condivide interessi strategici con Teheran, a cominciare dalla necessità di gestire il problema curdo senza stimolare eventuali spinte indipendentistiche. Né Ankara né Islamabad, quindi, correranno in soccorso di Riyadh fintantoché i fuochi appiccati da Teheran faranno solo un danno limitato.
L’aspetto più significativo dell’accordo invece sta proprio nel fatto che l’Arabia Saudita – le cui forze armate sono equipaggiate quasi interamente da armi americane e il cui territorio ospita una presenza militare americana dai tempi della prima guerra del Golfo nel 1990 – decida di affidare la propria difesa a un’alleanza con potenze militari sunnite, una delle quali, il Pakistan, è anche una potenza nucleare, segnalando quindi come lo scudo protettivo americano si sia indebolito agli occhi di Riyadh. La prima chiave di lettura del patto è dunque questa. Washington non è più il garante assoluto della difesa del Golfo. L’Arabia Saudita cerca polizze di assicurazione aggiuntive, di fronte a uno scenario nuovo dove gli Stati Uniti non sono riusciti a contenere l’aggressione iraniana agli alleati del Golfo.
Questa novità deriva anche dall’inadeguatezza dell’architettura di sicurezza collettiva del Golfo, attraverso il Consiglio di Cooperazione del Golfo, che non può rimpiazzare gli americani e che comunque, come si è visto nei mesi scorsi, rappresenta governi che hanno un approccio diverso e spesso divergente riguardo a come gestire l’ostilità iraniana, e che anche riguardo ad altre sfide regionali hanno preso strade diverse. Il Qatar, sponsor principale della Fratellanza musulmana, e l’Oman, tradizionalmente più vicino a Teheran rispetto agli altri Paesi della Penisola arabica, hanno adottato un approccio molto più conciliante nei confronti di Teheran rispetto agli Emirati Arabi Uniti, che invece hanno bandito la Fratellanza musulmana e hanno rafforzato i propri legami con Israele nella cornice degli Accordi di Abramo.
Il patto, a prescindere dalla sua efficacia – messa subito in dubbio dagli attacchi degli Houthi del 9 agosto – è anche un segnale deterrente nei confronti di Gerusalemme, oltre che di Teheran. In alcune capitali arabe, prima tra tutte Riyadh, gli exploit militari di Israele dopo il 7 ottobre 2023 hanno creato preoccupazione. Gerusalemme ha buttato alle ortiche le dottrine militari precedenti, agendo in maniera spregiudicata e spettacolarmente efficiente non solo nel teatro bellico lungo i propri confini, ma anche colpendo avversari in tutta la regione con estrema efficacia e precisione – si pensi non solo ai successivi round contro l’Iran ma anche all’eliminazione di Ismail Haniyeh a Teheran il 31 luglio 2024, alle ripetute azioni in Siria, e all’attacco contro la leadership di Hamas in Qatar. Per la Turchia e il Pakistan, forse più che per l’Arabia Saudita, l’ascesa militare israeliana viene vissuta come una sfida diretta alle loro concorrenti ambizioni egemoniche. Da qui un’alleanza militare che, come notato prima, include non solo l’esercito più forte e meglio addestrato del Medio Oriente (quello turco) ma anche una potenza nucleare (il Pakistan).
I messaggi ufficiali che hanno accompagnato la firma del patto naturalmente non menzionano né l’Iran né Israele come gli avversari dell’alleanza. Sottolineano la sua natura difensiva. Ma le successive, incendiarie dichiarazioni del ministro della difesa pakistano, Khawaja Asif, dirette a Israele, oltre che la retorica sempre più ostile di Ankara nei confronti di Gerusalemme, hanno certamente creato preoccupazione in Israele.
La prima conseguenza appare essere stata un ulteriore avvicinamento tra Israele e India, a cui potrebbero aggiungersi gli Emirati Arabi Uniti. L’asse Gerusalemme-Nuova Delhi si è molto rafforzato negli ultimi anni, grazie anche a una buona dinamica personale tra i due primi ministri, Narendra Modi e Benjamin Netanyahu, che ha avuto il suo apice nella visita ufficiale di Modi in Israele solo pochi giorni prima dell’inizio dell’operazione congiunta di Israele e Stati Uniti contro l’Iran. L’entrata del Pakistan nell’equazione ha certamente sollevato interrogativi anche a Nuova Delhi, anche in virtù degli ambiziosi progetti economici che si affidano a Israele ed Emirati per meglio collegare commercialmente l’India all’Europa. Modi e Netanyahu si sono sentiti immediatamente dopo la firma del patto e probabilmente punteranno a rafforzare ulteriormente la loro alleanza.
E anche questa possibile nuova dinamica, in risposta al Patto della Mecca, presagisce una nuova consapevolezza regionale. Se l’America non risolverà presto a suo favore il conflitto con l’Iran, la tutela americana potrebbe avviarsi al tramonto, e occorreranno nuove architetture di sicurezza in una regione dove i focolai di conflitto, lungi dallo spegnersi, sono sempre più estesi.
Emanuele Ottolenghi è un esperto di terrorismo e Medio Oriente.
Le opinioni espresse in questo articolo sono strettamente personali dell’autore.