Nei giorni scorsi è circolata su X un’analisi dal titolo “Trump’s 5D Chess on Iran: He Is Finishing the Job, But the Endgame Is Still Ahead”(Gli scacchi in cinque dimensioni di Trump sull’Iran: sta portando a termine il lavoro, ma la fase finale deve ancora arrivare). L’autore sostiene che la politica di Donald Trump verso l’Iran segua una strategia complessa, costruita su più livelli e difficilmente comprensibile osservando le singole decisioni isolatamente.
È una tesi controversa e non dimostrata. Merita comunque attenzione perché propone una chiave di lettura diversa rispetto all’interpretazione secondo cui le oscillazioni della Casa Bianca sarebbero semplicemente il risultato di improvvisazione o della mancanza di una direzione precisa. Secondo questa lettura, Trump starebbe conducendo una partita di lungo periodo. La metafora utilizzata è quella degli scacchi: ogni mossa avrebbe una funzione specifica, alcune servirebbero a guadagnare tempo, altre a limitare le possibilità dell’avversario, altre ancora a creare le condizioni per una fase successiva.
Il dossier iraniano viene presentato come una partita composta da diversi livelli: pressione militare, sanzioni economiche, diplomazia, gestione degli alleati regionali e guerra delle informazioni. La Repubblica islamica è un sistema di potere costruito in oltre quarant’anni attraverso repressione interna, programmi nucleari e missilistici, sostegno alle milizie regionali e una rete di influenza che comprende Libano, Siria, Iraq e Yemen.
Secondo questa interpretazione il regime iraniano ha costruito nel tempo una struttura pensata per resistere alle pressioni esterne. Il programma nucleare, il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica, le milizie alleate e il controllo di importanti rotte strategiche come lo Stretto di Hormuz e Bab el-Mandeb rappresentano strumenti strettamente interconnessi. Per questa ragione una soluzione immediata avrebbe rischi elevati. La tesi dell’autore è che la strategia americana punti alla progressiva riduzione delle capacità del regime, colpendone le fonti di forza invece di cercare un risultato immediato.
All’interno di questa lettura, anche negoziati e pause tattiche assumono un significato diverso. Un’apertura diplomatica potrebbe servire a evitare escalation incontrollate, dividere gli interlocutori di Teheran e creare spazio per altre iniziative. La diplomazia diventerebbe quindi uno strumento di pressione insieme alle sanzioni e alla deterrenza militare.
Uno degli elementi centrali dell’analisi riguarda la rete regionale costruita dall’Iran negli ultimi decenni. Hezbollah in Libano, le milizie sciite in Iraq, il sostegno al regime di Bashar al-Assad in Siria e il rapporto con gli Houthi in Yemen hanno permesso a Teheran di proiettare la propria influenza lontano dai propri confini. Dunque la strategia americana avrebbe come obiettivo anche il progressivo indebolimento di questa rete, riducendo la capacità dell’Iran di utilizzare i gruppi alleati come strumenti di pressione regionale.
L’analisi affronta inoltre il tema della politica interna americana. Le decisioni sull’Iran si inseriscono in un contesto segnato dalla divisione politica negli Stati Uniti, dalla stanchezza dell’opinione pubblica dopo le guerre in Iraq e Afghanistan e dallo scontro sulla politica estera dell’amministrazione Trump. I sostenitori della teoria del “5D chess” sostengono che la Casa Bianca debba gestire contemporaneamente diversi fronti: il confronto con Teheran, le pressioni interne, i rapporti con gli alleati europei e mediorientali e la competizione con Cina e Russia, che considerano l’Iran un partner strategico contro l’Occidente, mentre Pechino mantiene interessi economici legati soprattutto all’acquisto di petrolio iraniano. Qualsiasi strategia americana deve quindi considerare anche questi due attori.
La domanda centrale resta aperta: Trump sta seguendo un piano coordinato di lungo periodo oppure le sue decisioni riflettono una politica costruita giorno per giorno? La risposta arriverà dai risultati concreti.