A NAZA, il documentario sulla guerra di Gaza premiato alla Mostra del cinema di Venezia e costruito sulle testimonianze anonime di militari e uomini dell’intelligence israeliana, arriva adesso una risposta. Si intitola NAZA – The True Story e nasce dall’iniziativa di tre israeliani che vogliono mostrare ciò che, a loro giudizio, il film di Yuval Abraham e Rachel Szor lascia fuori dall’inquadratura: il modo di combattere di Hamas e le condizioni nelle quali si sono trovati a operare i soldati di Tsahal.
A promuovere il progetto sono Roy Danino, tenente colonnello della riserva, Ariel Averbuch, attivista impegnato nella difesa di Israele, e Hagai Gutman. La loro scelta è significativa anche per il terreno sul quale hanno deciso di muoversi. La risposta a un film sarà un altro film, destinato soprattutto al pubblico internazionale, dove NAZA ha ottenuto un’accoglienza considerevole dopo la presentazione veneziana e il Premio speciale della giuria.
Il documentario di Abraham e Szor, prodotto dal Guardian e da JW Films, raccoglie le testimonianze di 24 appartenenti alle forze armate e all’intelligence israeliane, protetti dall’anonimato, e sostiene di ricostruire i meccanismi attraverso i quali sono stati selezionati gli obiettivi durante la guerra. Il titolo deriva da nezek agavi, «danno collaterale», espressione utilizzata per indicare le vittime civili previste in un attacco. Il film attribuisce un peso centrale ai sistemi tecnologici e di intelligence impiegati nella campagna militare e presenta la morte dei civili palestinesi come conseguenza di procedure e scelte sistematiche.
È precisamente questa rappresentazione che Danino, Averbuch e Gutman intendono contestare. NAZA – The True Story, secondo quanto anticipato dai suoi promotori, comprende testimonianze di comandanti e ufficiali dell’intelligence, filmati delle operazioni e documenti che sarebbero stati recuperati durante i combattimenti. Al centro viene posta una questione largamente assente dal film premiato a Venezia: la struttura militare costruita da Hamas dentro una delle aree più densamente popolate del mondo e le conseguenze che questa scelta ha avuto sulla condotta delle operazioni israeliane.
Il documentario affronta così l’impiego a fini militari di edifici e zone residenziali, la presenza di armi e infrastrutture di Hamas all’interno di aree civili e l’attività di combattenti privi di uniforme. Un capitolo riguarda inoltre gli ostaggi israeliani e le operazioni condotte per localizzarli o liberarli; un altro è dedicato agli aiuti umanitari e alle accuse di appropriazione o interferenza da parte di Hamas nella loro distribuzione. Sono questioni che Israele ha ripetutamente sollevato durante la guerra e sulle quali, allo stesso tempo, si è sviluppato un duro confronto internazionale.
La partita, dunque, supera ormai le sale cinematografiche. NAZA ha avuto una distribuzione internazionale in decine di Paesi e i suoi autori dichiarano apertamente di voler incidere sulla percezione mondiale della guerra. La risposta dei tre israeliani adotta la stessa logica: raggiungere spettatori che difficilmente avrebbero accesso diretto alle testimonianze di chi ha combattuto a Gaza e mettere a loro disposizione elementi che consentano di conoscere anche il contesto operativo nel quale sono maturate le decisioni dell’esercito.
NAZA – The True Story è già stato predisposto con sottotitoli in inglese e i promotori intendono tradurlo in altre lingue, puntando alla circolazione attraverso media e canali internazionali. L’identità di alcuni partecipanti resterà coperta per ragioni di sicurezza.
Dopo quasi tre anni di guerra, Gaza è diventata anche una battaglia di immagini, testimonianze e documenti. Un film ha portato sullo schermo accuse durissime contro Israele ottenendo premi e un’enorme eco internazionale. Adesso tre israeliani hanno deciso di rispondere utilizzando la stessa arma, la macchina da presa, e chiedendo al pubblico di guardare anche ciò che, secondo loro, è rimasto fuori campo.