Negli ultimi anni, per me, seguire la politica europea e lo stato dei rapporti tra Israele e l’Unione europea è diventato sempre più difficile. Sono cresciuto in Europa e ho sempre creduto nei valori liberali ed «europei»: per questo assisto con sgomento e profonda preoccupazione al drammatico deterioramento dei rapporti tra Israele e la maggior parte dei Paesi europei, sia a livello istituzionale, sia soprattutto nelle strade, sui social network, nel mondo della cultura e nelle università.
È il mondo illuminato del quale ho sempre sentito di fare parte e del quale ho sempre esibito con orgoglio la «buona educazione europea» ricevuta. Per le mie origini italiane, e per l’amore che provo verso l’Italia e il popolo italiano, sono naturalmente particolarmente sensibile all’ostilità che vedo crescere e inasprirsi di giorno in giorno in Italia nei confronti di Israele, degli israeliani e, con mio enorme dispiacere, degli ebrei in quanto tali.
La situazione è naturalmente grave in gran parte dei Paesi occidentali, e questo non è un segreto. Israele sta attraversando la più grave crisi della sua storia per quanto riguarda la propria immagine in Europa. Per me, però, l’Italia rappresenta un punto particolarmente sensibile. Eppure mi trovo costretto a constatare che proprio l’Italia, pur essendo governata da una coalizione di destra che ha cercato con grande attenzione di evitare di lasciarsi trascinare dalle critiche e dalle politiche anti-israeliane di molti Paesi del continente, è diventata uno dei Paesi più ostili a Israele. Lo dico con profonda tristezza. Dopo tre anni di osservazione, monitoraggio e lavoro giornalistico dal 7 ottobre, sento che qualcosa di profondamente brutto, qualcosa che fa davvero paura, sta accadendo a quell’Italia che si considera illuminata. E questo mi lacera dentro.
L’ultimo esempio riguarda la copertura mediatica del drammatico episodio del volo Flydubai e dell’incredibile gesto di coraggio che ha impedito il dirottamento e lo schianto dell’aereo, quello che sarebbe diventato senza alcun dubbio uno dei più terribili attentati contro israeliani, naturalmente dopo il massacro del 7 ottobre. La straordinaria prontezza di quattro passeggeri che si trovavano casualmente a bordo, insieme al coraggio del pilota indiano dell’aereo, ha evitato una tragedia di enormi proporzioni. Sì, sono israeliani coraggiosi, persone comuni, turisti che nel momento decisivo hanno dimostrato ancora una volta la forza degli israeliani quando sono uniti e determinati. Hanno agito rapidamente, hanno salvato la situazione e finalmente hanno regalato al nostro Paese ferito e lacerato, Israele, un po’ di orgoglio e qualche momento di felicità.
Poi seguo i media italiani e il modo in cui raccontano questo drammatico episodio e «oso» fare qualcosa che di solito cerco accuratamente di evitare: leggere i commenti dei lettori, degli utenti. Anzitutto devo dire che la maggior parte dei mezzi d’informazione italiani — almeno questa è la mia impressione, e sottolineo che si tratta soltanto di un’osservazione personale — ha quasi dovuto «sforzarsi» di presentare, questa volta, gli israeliani sotto una luce positiva. La copertura è stata molto prudente e distaccata e sembrava quasi che persino dare rilievo alla vicenda fosse qualcosa di forzato. Ogni cosa veniva riportata con cautela, quasi fosse scontato dover anzitutto dubitare quando agli israeliani succede qualcosa o quando degli israeliani fanno qualcosa di positivo.
A questo, però, mi sono ormai abituato. Potrei scrivere un libro sulla mia delusione nei confronti dei media italiani — e naturalmente anche di quelli di altri Paesi occidentali — per il modo in cui hanno raccontato il 7 ottobre e tutto ciò che è accaduto dopo. E attribuisco ai principali mezzi d’informazione italiani una parte considerevole della responsabilità per il drammatico deterioramento dell’immagine di Israele. Sì, accuso anche il governo israeliano e chi lo guida di molte responsabilità, soprattutto per alcune scelte politiche e per dichiarazioni prive di senso, a volte francamente stupide, che hanno arrecato un danno enorme al mio Paese sulla scena internazionale.
Questa volta, però, voglio concentrarmi su ciò che sta accadendo in Italia. Come dicevo, ho commesso l’errore di leggere i commenti sull’incidente aereo. È stato incredibile, anche se forse ormai non dovrebbe più sorprendermi. La stragrande maggioranza di coloro che commentavano o non credeva alla notizia del tentativo di dirottamento e dello schianto dell’aereo, oppure la minimizzava e la derideva. C’era chi accusava Israele di avere inscenato l’incidente per ragioni politiche, chi sosteneva che Israele avesse inventato tutto per distogliere l’attenzione dalle decine di migliaia di bambini uccisi a Gaza, chi affermava che Netanyahu avesse commissionato una produzione hollywoodiana per mettere in scena l’intera storia e vincere le elezioni. E così via.
Altri arrivavano addirittura a dispiacersi che il pilota omanita non fosse riuscito nella sua missione di uccidere gli israeliani. Pochissimi cercavano di opporsi a questi commenti. Persone coraggiose. Nel complesso, però, è stata un’esperienza di lettura davvero sconcertante. È vero, probabilmente i commenti online non andrebbero mai letti, su nessun argomento. Anche in Israele, e probabilmente nella maggior parte dei Paesi, le reazioni spontanee in rete fanno emergere soprattutto volgarità e stupidità. Sono rari i casi in cui qualcuno interviene in maniera pertinente e ancora più raro è che possa svilupparsi una vera discussione.
Eppure leggere commenti di italiani che, a giudicare dai loro profili, sono giovani che si considerano istruiti, oppure persone della mia età cresciute nella stessa atmosfera «illuminata» nella quale sono cresciuto io, e vederli scrivere cose tanto sconvolgenti sul mio popolo, sugli israeliani, è qualcosa con cui faccio davvero fatica a venire a patti. E naturalmente questa è soltanto la punta dell’iceberg.
Il dibattito dei media italiani su Israele è diventato insostenibile e, a mio giudizio personale, ha assunto un carattere ossessivo che oggi difficilmente trova eguali nel mondo occidentale. Una critica legittima, anche quando è estrema, aggressiva e rumorosa, resta perfettamente lecita e accettabile. In Italia, purtroppo, la situazione è uscita dai binari già da tempo. Passa a malapena un giorno senza che emerga qualche nuovo argomento capace di accendere gli italiani intorno alla loro ostilità verso gli israeliani e, sì, come ho già detto, verso gli ebrei in quanto tali. Soltanto di recente un mio collega, Giovan Battista Brunori della Rai, ha ricevuto insulti, improperi e persino minacce di morte per aver osato raccontare i fatti e presentare un quadro un po’ più complesso di ciò che sta accadendo in Giudea e Samaria.
Adesso, naturalmente, si è aperto anche un acceso dibattito sull’adozione della definizione di antisemitismo dell’IHRA. Liliana Segre ha ragione quando dice che è inconcepibile che i partiti arrivino a spaccarsi su qualcosa che dovrebbe essere ovvio: la lotta contro l’antisemitismo. Anche questa battaglia, che dovrebbe essere sacrosanta, è ormai diventata una questione legata a Israele: sì o no. Qualunque cosa possa anche soltanto sembrare comprensione o, Dio non voglia, sostegno nei confronti di Israele è diventata tabù, qualcosa di illegittimo. E questa linea sottile emerge esattamente anche nei commenti degli utenti alla drammatica vicenda dell’aereo. Come ha scritto uno di loro: «Io agli ebrei non credo più, così come non credo più che ne siano morti sei milioni. Sicuramente erano molti meno».
Il mio pensiero va agli amici della comunità ebraica italiana, la cui vita è diventata molto difficile. Molti di loro sono convintamente sionisti, amano l’Italia e amano anche Israele. La cosa più naturale e normale del mondo. Eppure anche questo, nella nostra Italia, sembra ormai proibito. Guai a definirsi sionisti, di questi tempi. È davvero terribile.
Sono profondamente preoccupato per la crescita dell’antisemitismo e dell’antisionismo. Sì, esiste un legame tra i due, ed esiste una ragione per cui è importante adottare la nuova definizione di antisemitismo e recepirla nella legge. Quella definizione, infatti, lascia chiaramente spazio alla critica di Israele, mentre traccia una linea rossa molto netta proprio rispetto a ciò che oggi sta accadendo in settori fin troppo ampi della società italiana: un odio puro verso Israele, verso tutto ciò che appare israeliano o anche soltanto richiama Israele. E questo colpisce gli ebrei italiani di destra come quelli di sinistra. Ed è triste. Ed è spaventoso.