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La Shoah non va all’asta

Un tribunale di Haifa blocca la vendita di una stella gialla e stabilisce un precedente sulla commercializzazione dei cimeli dell’Olocausto

Paolo Montesi

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La Shoah non va all’asta

Una stella gialla indossata da un ebreo durante la Shoah stava per finire nelle mani del miglior offerente. Il tribunale di Haifa ha fermato la vendita e, con una decisione considerata senza precedenti in Israele, ha aperto una questione destinata ad andare molto oltre il destino di quel piccolo pezzo di stoffa. Fino a che punto un oggetto appartenuto a una vittima delle persecuzioni naziste può essere trattato come una proprietà privata qualsiasi e trasformato in merce da collezione?

Il provvedimento del Tribunale di magistratura di Haifa riguarda una stella gialla e altri distintivi che furono portati da ebrei durante la persecuzione nazista. L’intervento della giustizia è arrivato dopo l’azione promossa da Shimon Sabag, presidente dell’associazione Yad Ezer LaHaver e responsabile del museo della Shoah che l’organizzazione gestisce a Haifa. Una prima ordinanza aveva già sospeso la vendita nel giugno scorso. Adesso il tribunale ha confermato il divieto.

Il caso acquista un significato particolare perché introduce nella giurisprudenza israeliana un principio che finora era stato sostenuto dalla Procura generale senza essere consacrato da una decisione giudiziaria. Esistono oggetti la cui importanza storica e umana può imporre limiti alla loro libera commercializzazione. La proprietà materiale rimane un elemento del diritto, mentre entra in gioco un interesse collettivo legato alla conservazione delle testimonianze della Shoah e alla possibilità che rimangano accessibili alle generazioni future.

Sabag combatte da tempo contro la vendita all’asta di questi reperti. La sua associazione si è trovata in passato nella paradossale situazione di dover partecipare alle aste e raccogliere denaro per sottrarre documenti, indumenti e oggetti personali al mercato privato. In un caso recente furono messi in vendita oltre ottocento reperti appartenuti a persone perseguitate e assassinate dai nazisti. Secondo Sabag, tra gli interessati all’acquisto figuravano anche ambienti neonazisti. Yad Ezer LaHaver riuscì ad acquisire la raccolta e a trasferirla al proprio museo.

La vicenda ebbe poi un seguito significativo. Alcuni degli oggetti risultarono essere appartenuti a soldati polacchi uccisi dai nazisti. Dopo essere stato contattato dalla Polonia e averne verificato la provenienza, Sabag decise di restituirli gratuitamente. Parte del materiale fu consegnata alle famiglie, mentre altri reperti furono destinati a un museo nella zona di Auschwitz-Birkenau. Il principio, secondo il presidente dell’associazione, deve valere allo stesso modo per tutte le vittime del nazismo.

Il mercato dei cimeli della Shoah esiste da decenni e comprende documenti, lettere, fotografie, uniformi dei campi, stelle gialle, certificati dei ghetti e oggetti personali. Il loro valore economico cresce spesso proprio in rapporto alla drammaticità della storia che portano con sé. È qui che il confine tra collezionismo, conservazione storica e commercio della sofferenza diventa particolarmente difficile da tracciare.

Per i musei della Shoah un oggetto possiede infatti un valore che supera largamente la sua rarità. Una stella gialla conservata dietro una teca resta la prova materiale di una disposizione che obbligava esseri umani a rendersi riconoscibili nello spazio pubblico in quanto ebrei. Una lettera da un ghetto, un documento di deportazione o un indumento proveniente da un campo acquistano significato attraverso la persona alla quale appartennero e la storia che permettono di ricostruire. Separarli definitivamente da quel contesto significa rischiare di trasformare una testimonianza in un feticcio.

La decisione di Haifa lascia comunque aperti diversi interrogativi. La sua applicazione riguarda le circostanze sottoposte al tribunale e occorrerà capire quale estensione potrà assumere il principio stabilito dal giudice. Secondo Sabag, il precedente potrebbe avere conseguenze anche fuori da Israele. Finora, racconta, alle sue richieste di intervento contro aste organizzate all’estero veniva spesso opposto il fatto che nemmeno Israele disponesse di una pronuncia giudiziaria capace di impedire simili vendite.

Da oggi quell’argomento perde almeno una parte della sua forza. La sentenza di Haifa offre alle organizzazioni impegnate nella conservazione della memoria della Shoah uno strumento giuridico nuovo e potrebbe alimentare iniziative analoghe in altri Paesi.
Rimane infine una domanda alla quale nessun tribunale può dare da solo una risposta definitiva. Una stella gialla può appartenere legalmente a qualcuno, essere comprata, ereditata e conservata. Porta però cucita dentro di sé la storia di chi fu costretto a indossarla. Ed è precisamente quella storia che la decisione di Haifa ha scelto di proteggere.