Mansour Abbas torna a mettere alla prova la politica israeliana proprio sul terreno che aveva reso possibile la sua svolta pragmatica. Il leader di Ra’am, protagonista nel 2021 dello storico ingresso di un partito arabo in una coalizione di governo, ha scritto in arabo che il carattere ebraico dello Stato di Israele rappresenta una realtà «imposta» alla popolazione araba e che i partiti arabi hanno dovuto accettarla per evitare il rischio di essere esclusi dalle elezioni. Nello stesso intervento ha rivendicato la memoria della Nakba e il diritto dei palestinesi all’autodeterminazione.
Le parole hanno immediatamente provocato una tempesta politica. Otzma Yehudit, il partito di Itamar Ben-Gvir, ha annunciato l’intenzione di chiedere alla Commissione elettorale centrale l’esclusione di Abbas dalle prossime elezioni, mentre Bezalel Smotrich lo ha definito «un nemico pericoloso».
Il post pubblicato mercoledì mattina nasce, in realtà, da una polemica interna alla società araba. In una recente intervista Abbas aveva detto che oggi non ripeterebbe una sua vecchia affermazione secondo la quale «bande sioniste» avrebbero conquistato la Palestina. Da qui l’accusa, proveniente da ambienti arabi, di avere abbandonato la memoria palestinese per rendersi politicamente accettabile alla maggioranza ebraica.
Abbas ha respinto questa interpretazione. Ha definito una calunnia l’idea che egli neghi «la Nakba, l’espulsione e il racconto palestinese» e ha spiegato che il cambiamento riguarda il linguaggio e il metodo politico. Il suo obiettivo dichiarato è utilizzare la partecipazione alle istituzioni israeliane per aumentare la capacità della minoranza araba di incidere sulle decisioni, difenderne i diritti e impedire nuove forme di espulsione. Nel post compare anche l’espressione particolarmente significativa di «Nakba continua».
Il passaggio destinato a produrre le conseguenze politiche maggiori riguarda però l’identità dello Stato. Abbas sostiene che il carattere ebraico di Israele sia stato deciso dalla maggioranza ebraica e sia quindi, dal punto di vista degli arabi israeliani, un dato imposto. L’accettazione di questa realtà da parte dei partiti arabi risponderebbe inoltre a una necessità pratica legata alla possibilità stessa di partecipare alle elezioni.
È un chiarimento che acquista un peso particolare se confrontato con quanto Abbas disse nel dicembre 2021. Allora, durante una conferenza economica, pronunciò parole che fecero scalpore nel mondo politico arabo. «Lo Stato di Israele è nato come Stato ebraico e tale rimarrà», affermò, aggiungendo che la questione riguardava piuttosto quale fosse la condizione dei cittadini arabi al suo interno.
Quella dichiarazione diventò uno dei simboli dell’esperimento politico di Ra’am. Pochi mesi prima Abbas aveva portato il suo partito nella coalizione guidata da Naftali Bennett e Yair Lapid, rompendo una barriera che per decenni aveva separato i partiti arabi dalla partecipazione diretta al governo. La scelta era fondata su un principio molto concreto: mettere temporaneamente in secondo piano il conflitto nazionale per ottenere risultati sulla criminalità, sulle infrastrutture, sui villaggi beduini, sull’edilizia e sui servizi destinati ai cittadini arabi israeliani.
Cinque anni dopo, Abbas sostiene che quella strategia resta valida. Vuole che Ra’am eserciti potere dall’interno delle istituzioni e continua a presentare la partecipazione araba al governo come una possibilità legittima della democrazia israeliana. Soltanto pochi giorni fa, al congresso del partito a Tayibe, ha affermato che i cittadini arabi possono diventare un «ponte per la pace» e ha rivendicato come conquista politica proprio l’aver trasformato la presenza di un partito arabo nella coalizione in un’opzione concretamente praticabile.
Al tempo stesso ribadisce il sostegno alla nascita di uno Stato palestinese accanto a Israele e chiarisce ora che la sua accettazione dello Stato ebraico non coincide con un’adesione alla definizione nazionale scelta dalla maggioranza ebraica.
È qui che emerge l’ambiguità più interessante del progetto Abbas. La sua evoluzione degli ultimi anni appare reale sul piano del metodo politico, perché Ra’am ha abbandonato l’opposizione permanente e ha scelto la partecipazione. Le dichiarazioni di queste ore mostrano però quanto questa trasformazione possa convivere con convinzioni nazionali palestinesi rimaste sostanzialmente intatte.
In vista delle prossime elezioni israeliane, la questione assume un significato ancora maggiore. Ra’am potrebbe nuovamente diventare indispensabile per costruire una maggioranza alternativa alla destra. Netanyahu e i suoi alleati hanno già cominciato a utilizzare le parole di Abbas per sostenere che dietro il pragmatismo rivolto all’elettorato ebraico sopravvivano posizioni assai differenti quando il leader di Ra’am parla in arabo.
Abbas propone una lettura diversa. Per lui la sfida consiste nel portare quelle convinzioni dentro il sistema israeliano e trasformare la rappresentanza araba in potere politico effettivo. È probabilmente questa, più ancora della polemica sulle singole frasi, la questione che Israele dovrà affrontare alle urne.