La forza internazionale chiamata a garantire la sicurezza di Gaza dopo il disarmo di Hamas continua a esistere soprattutto sulla carta. Washington ha fissato l’obiettivo a 20 mila uomini, ha stanziato i primi fondi e indicato una catena di comando americana, mentre gli Stati disposti a mettere davvero soldati sul terreno rimangono pochi. L’ultima speranza arriva dall’Africa orientale, dove Uganda e Burundi stanno valutando un coinvolgimento diretto nella missione.
Ufficiali dei due Paesi hanno visitato Israele nei giorni scorsi per discutere modalità e condizioni del dispiegamento. Kampala è già molto più avanti. Il Parlamento ugandese ha autorizzato il 6 agosto l’invio delle proprie forze armate nella Striscia e il contingente previsto dovrebbe essere di circa 1.200 militari. Secondo funzionari citati dall’Associated Press, è già cominciata la selezione degli uomini destinati alla missione. Il Burundi, che ha partecipato ai colloqui con una delegazione di alti ufficiali, deve ancora assumere una decisione formale, anche se i segnali provenienti da Bujumbura indicano un interesse concreto.
Per l’amministrazione Trump ogni adesione conta. La International Stabilization Force, affidata al comando del maggior generale statunitense Jasper Jeffers, costituisce infatti uno dei pilastri del progetto americano per il dopoguerra. Dovrebbe sorvegliare il cessate il fuoco, garantire la sicurezza nelle aree progressivamente lasciate dalle forze israeliane, contribuire alla formazione della polizia palestinese e proteggere la distribuzione degli aiuti. Sullo sfondo rimane la condizione dalla quale dipende l’intero meccanismo, cioè il disarmo di Hamas.
Il problema è che tra i progetti diplomatici e gli uomini disponibili sul terreno resta una distanza enorme. Il Marocco ha promesso fino a 500 militari, mentre Kosovo, Kazakistan e Albania hanno offerto complessivamente una ottantina di uomini. L’Indonesia aveva annunciato la disponibilità a inviarne 8 mila, il contributo di gran lunga più consistente, salvo congelare il progetto dopo l’escalation militare con l’Iran. Anche contando l’apporto ugandese, il traguardo dei 20 mila resta dunque molto lontano.
Washington ha intanto cominciato a mettere denaro sul tavolo. Nei giorni scorsi gli Stati Uniti hanno destinato oltre 200 milioni di dollari alla futura forza, per infrastrutture, equipaggiamenti, attività operative e mezzi blindati. Il finanziamento dimostra quanto la Casa Bianca consideri decisiva la missione, senza risolvere però il nodo più delicato. Servono governi pronti ad assumersi un rischio politico e militare considerevole in un territorio nel quale ogni incidente potrebbe trasformarsi rapidamente in una crisi internazionale.
Uganda e Burundi possiedono, da questo punto di vista, un’esperienza che spiega l’interesse americano. Entrambi hanno partecipato a lungo a missioni africane di peacekeeping, soprattutto in Somalia, affrontando organizzazioni jihadiste e contesti nei quali il confine fra stabilizzazione e combattimento è spesso sottile. Per Kampala l’intervento a Gaza offrirebbe anche l’occasione di rafforzare il rapporto con Washington e di accrescere il proprio peso internazionale.
Resta da vedere quale Gaza troverebbero quei soldati. Israele lega il proprio ritiro al disarmo effettivo di Hamas, mentre la nuova amministrazione palestinese prevista dal piano americano dovrebbe assumere gradualmente il controllo delle zone evacuate dall’Idf. Finché questi passaggi resteranno incompiuti, la forza internazionale rischierà di trovarsi sospesa fra un mandato ambizioso e una realtà molto più pericolosa.
L’arrivo di 1.200 ugandesi e l’eventuale adesione del Burundi sarebbero quindi un segnale politico importante, ancora insufficiente a trasformare il progetto americano in una presenza credibile sul terreno. La partita decisiva comincia proprio qui. Il futuro della Striscia dipenderà anche dalla capacità di trovare Paesi disposti a fare a Gaza ciò che molti governi, almeno per ora, preferiscono limitarsi a sostenere da lontano.