Israele e Siria sono tornati a parlarsi al più alto livello, pochi giorni dopo essere arrivati a un passo da una nuova e pericolosa escalation. Il ministro degli Esteri siriano Asaad al-Shaibani ha incontrato domenica in Giordania una delegazione israeliana guidata dal direttore del Mossad Roman Gofman, con la mediazione degli Stati Uniti. Damasco ha confermato ufficialmente il vertice, al quale hanno partecipato anche i responsabili dell’Intelligence generale e dell’Intelligence militare siriane.
La conferma è significativa quanto l’incontro. I due Paesi restano formalmente nemici e la Siria continua a rivendicare le alture del Golan, mentre Israele considera essenziale impedire che il nuovo assetto siriano produca minacce lungo il proprio confine. Eppure i contatti diretti, rimasti a lungo discreti, stanno assumendo una dimensione politica sempre più evidente.
Il vertice è stato ospitato dalla Giordania e si è svolto sotto la regia americana dopo il bombardamento israeliano della base aerea di Abu al-Duhur, nella provincia di Idlib. Israele aveva colpito piste e hangar della struttura il 18 agosto, sostenendo di avere informazioni su un possibile dispiegamento militare turco. Damasco ha respinto questa versione, affermando che i lavori riguardavano la riabilitazione dell’aeroporto per le forze siriane e che Ankara non avrebbe installato una propria base permanente.
Proprio la presenza turca è diventata uno dei nodi più delicati dei rapporti tra Gerusalemme e la Siria del dopo Assad. Ankara è il principale alleato regionale del nuovo governo del presidente Ahmed al-Sharaa e partecipa alla ricostruzione delle capacità militari siriane. Israele teme che uomini, droni e sistemi d’arma turchi possano avvicinarsi eccessivamente ai propri confini. Damasco, dal canto suo, rivendica il diritto di scegliere liberamente alleanze e cooperazioni militari.
Il rischio è che la Siria diventi il terreno sul quale si scarica una rivalità israelo-turca sempre più aspra. È precisamente lo scenario che al-Shaibani vuole scongiurare. Nel vertice la delegazione siriana ha chiesto che vengano creati meccanismi capaci di ridurre le tensioni fra Israele e Turchia e impedire che si traducano in nuovi attacchi sul territorio siriano.
Sul tavolo è tornato anche il possibile accordo di sicurezza tra Gerusalemme e Damasco, discusso nei mesi scorsi con la mediazione americana e poi arenatosi. Secondo al-Shaibani, prima dell’interruzione le parti erano arrivate molto vicine a un’intesa. L’obiettivo immediato della Siria rimane il ritiro israeliano sulle posizioni precedenti all’8 dicembre 2024, quando la caduta del regime di Bashar al-Assad spinse l’Idf a prendere il controllo di ulteriori zone oltre la linea stabilita dall’accordo di disimpegno del 1974.
La questione del Golan resta sullo sfondo. Damasco ribadisce di considerarlo territorio siriano, mentre Israele lo controlla dal 1967 e vi ha esteso la propria legislazione nel 1981. Gli Stati Uniti hanno riconosciuto nel 2019, durante la prima presidenza Trump, la sovranità israeliana sulle alture. Per il governo siriano la discussione sul loro status dovrà comunque arrivare in una fase successiva. La priorità, oggi, è fermare l’escalation e costruire un sistema di sicurezza sostenibile nel sud della Siria.
La strada rimane accidentata. Al-Shaibani ha ammesso pubblicamente che tra le parti manca ancora la fiducia, mentre Israele continua a considerare la ricostruzione dell’apparato militare siriano e il ruolo della Turchia questioni direttamente legate alla propria sicurezza.
Il fatto stesso che, dopo i bombardamenti, il ministro degli Esteri siriano e il capo del Mossad si siano seduti allo stesso tavolo racconta però qualcosa di nuovo. Gerusalemme e Damasco continuano a dividersi su territorio, sicurezza e alleanze, ma hanno ormai un canale attraverso il quale affrontare queste divergenze. In un confine segnato da quasi ottant’anni di ostilità, è un cambiamento che pesa.