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Israele, la Corte Suprema salva la radio dell’esercito

Annullata all’unanimità la chiusura di Galei Tzahal. Per i giudici il governo voleva intervenire su una linea editoriale considerata troppo critica

Shira Navon

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Israele, la Corte Suprema salva la radio dell’esercito

Galei Tzahal continuerà a trasmettere. La Corte Suprema israeliana ha annullato all’unanimità la decisione con cui il governo aveva disposto la chiusura della storica radio dell’esercito, stabilendo che il provvedimento era viziato da una considerazione «estranea e illegittima»: l’insoddisfazione di esponenti dell’esecutivo verso contenuti giudicati contrari alle proprie posizioni.

La sentenza è stata pronunciata dai giudici Yechiel Kasher, Daphne Barak-Erez e Alex Stein, accogliendo i ricorsi presentati contro la decisione governativa dello scorso dicembre. La Corte aveva già congelato la chiusura nei primi mesi dell’anno, impedendo che la stazione cessasse le trasmissioni il primo marzo come inizialmente previsto.

Il punto centrale della decisione è importante perché i giudici non hanno stabilito che Galei Tzahal debba necessariamente continuare a esistere. Il governo possiede l’autorità per riorganizzare la radio militare e potrebbe anche decidere di chiuderla, purché lo faccia attraverso una procedura regolare e sulla base di motivazioni pertinenti. La Corte non si è pronunciata neppure sulla qualità o sull’orientamento politico dei programmi.

È ciò che è avvenuto prima della decisione, secondo i tre magistrati, a renderla illegittima. La documentazione esaminata ha convinto la Corte che una parte determinante dell’iniziativa fosse motivata dal desiderio di intervenire sui contenuti della radio. Dopo che i giudici avevano chiesto al governo di dimostrare il contrario, l’esecutivo non avrebbe fornito elementi sufficienti a superare quella conclusione.
Kasher ha riassunto il principio in termini particolarmente netti. Un’autorità pubblica, ha scritto, non può decidere di «chiudere il microfono» di un giornalista perché ciò che dice non le piace. Un potere che utilizza le proprie prerogative per mettere a tacere opinioni sgradite agisce, secondo il giudice, in maniera «manifestamente antidemocratica».

La vicenda ha origini precedenti alla decisione di dicembre. Il ministro delle Comunicazioni Shlomo Karhi aveva ripetutamente criticato Galei Tzahal e sostenuto la necessità di chiuderla o privatizzarla, accusandola di avere assunto una precisa posizione politica. Il ministro della Difesa Israel Katz aveva successivamente istituito una commissione incaricata di esaminare il futuro dell’emittente.

Proprio la composizione e il lavoro di quella commissione sono finiti sotto la lente dei giudici. Durante le udienze era emerso che alcuni suoi componenti avevano espresso in precedenza posizioni favorevoli alla chiusura della radio e possedevano legami politici con il Likud. Barak-Erez aveva inoltre sollevato dubbi sulla rapidità della procedura e sulla solidità delle prove utilizzate per sostenere l’esistenza di un sistematico orientamento politico dell’emittente.

Il dibattito su Galei Tzahal resta, comunque, più complesso di un semplice conflitto sulla libertà di stampa. Fondata nel 1950, la stazione appartiene alle Forze di difesa israeliane (צה״ל), impiega militari accanto a personale civile e trasmette da decenni programmi d’informazione, politica, cultura e intrattenimento rivolti all’intera popolazione. Una struttura quasi unica nel panorama delle democrazie occidentali e che ha prodotto generazioni di giornalisti poi diventati protagonisti dei maggiori media israeliani.

I sostenitori della chiusura pongono quindi una domanda che la stessa Corte ha riconosciuto come legittima: perché un esercito dovrebbe possedere e finanziare una radio che si occupa anche di politica e di questioni civili? Katz ha ribadito dopo la sentenza che una stazione militare non dovrebbe trasmettere contenuti politici e ha annunciato che la questione tornerà sul tavolo dopo le elezioni.

Molto più dura la reazione di Karhi, che ha invitato il governo a procedere malgrado la sentenza, accusando la Corte Suprema di essersi sostituita all’esecutivo. Le organizzazioni dei giornalisti e gli altri ricorrenti hanno invece salutato la decisione come una vittoria della libertà di stampa e del principio secondo cui il potere politico non può decidere quali voci debbano restare in onda.

Galei Tzahal è dunque salva, almeno per ora. Il suo futuro rimane aperto e potrebbe comprendere una riforma profonda, il trasferimento fuori dall’esercito oppure persino una nuova procedura di chiusura. La sentenza stabilisce però un confine preciso. Il governo può discutere se Israele abbia ancora bisogno di una radio militare. Non può spegnerla perché considera troppo scomodo ciò che trasmette.