«Hezbollah ha portato distruzione in Libano e ha fatto di noi un oggetto di odio e disprezzo». A pronunciare queste parole sulla televisione pubblica israeliana Kan è Mohammed Ali al-Fouani, sceicco sciita libanese da anni in aperto conflitto con il movimento filoiraniano. Un intervento insolito per il mezzo scelto e ancora di più per il messaggio rivolto direttamente agli israeliani: tra i due popoli, sostiene, non esiste un’inimicizia inevitabile e gli sciiti libanesi non possono essere identificati con Hezbollah.
Al-Fouani non è una figura emersa negli ultimi mesi. Religioso vicino alla corrente sciita shirazita e rappresentante in Libano dell’ayatollah Sadiq al-Shirazi, ha criticato pubblicamente Hezbollah e il principio iraniano della velayat-e faqih, il governo del giurisperito su cui si fonda la Repubblica islamica. Le sue posizioni gli hanno procurato negli anni minacce e aggressioni. Fonti libanesi e studi dedicati al pluralismo interno alla comunità sciita hanno documentato attacchi contro luoghi a lui legati e contro la sua automobile, attribuiti dallo stesso al-Fouani a sostenitori di Hezbollah.
Nell’intervista alla televisione israeliana il religioso concentra l’attacco soprattutto sull’Iran, accusato di avere trasformato una parte degli sciiti libanesi nello strumento umano della propria strategia regionale. Teheran, sostiene al-Fouani, li avrebbe spinti a combattere, mandato i loro figli a morire e lasciato dietro di sé famiglie impoverite e aspettative distrutte.
La distinzione che propone all’interno della base di Hezbollah è significativa. Una parte dei sostenitori sarebbe legata all’organizzazione dall’ideologia e dall’influenza religiosa iraniana; un’altra dipenderebbe dalla rete economica costruita dal movimento attraverso stipendi, assistenza e servizi. Secondo al-Fouani, proprio questa seconda componente potrebbe abbandonare rapidamente Hezbollah se la sua capacità finanziaria dovesse indebolirsi ulteriormente.
Il tema tocca uno dei punti più delicati della situazione libanese dopo la guerra con Israele. Hezbollah ha subito perdite militari e politiche pesantissime, a cominciare dall’uccisione di Hassan Nasrallah nel settembre 2024 e dalla successiva eliminazione di gran parte della sua struttura di comando. A queste si è aggiunto il crollo del regime di Bashar al-Assad in Siria, che ha privato l’organizzazione del principale corridoio terrestre attraverso il quale l’Iran poteva trasferire uomini e armamenti verso il Libano.
È su questa nuova debolezza che al-Fouani fonda la propria previsione. Il rifiuto di Hezbollah di consegnare le armi allo Stato libanese gli appare meno definitivo di quanto sostengano i dirigenti del movimento. Il religioso richiama proprio il precedente siriano, dove un sistema militare e politico che sembrava destinato a resistere ancora a lungo si è dissolto rapidamente davanti all’avanzata delle forze guidate da Ahmed al-Sharaa.
Il problema del disarmo è ormai al centro della politica libanese. Nell’agosto 2025 il governo di Beirut aveva incaricato l’esercito di predisporre un piano per concentrare le armi nelle mani dello Stato, aprendo uno scontro diretto con Hezbollah. Da allora le pressioni interne e internazionali sono aumentate, mentre gli Stati Uniti cercano di legare il rafforzamento della sovranità libanese al ritiro israeliano dalle posizioni ancora mantenute nel sud del Paese.
L’intervento di al-Fouani ha però un significato che supera la questione militare. Hezbollah ha costruito per decenni parte della propria legittimità presentandosi come espressione politica e armata della comunità sciita libanese. Proprio questa identificazione viene respinta dallo sceicco, che rivendica l’esistenza di uno sciismo libanese autonomo da Teheran e ostile all’idea che la comunità debba condividere il destino dell’organizzazione.
Da qui anche il passaggio più sorprendente dell’intervista. Rivolgendosi agli israeliani, al-Fouani sostiene che non esista all’origine un’ostilità tra loro e gli sciiti libanesi e arriva a indicare la possibilità di buone relazioni fra i due popoli.
Sono parole che in Libano espongono chi le pronuncia a conseguenze politiche e personali molto serie. Proprio per questo meritano attenzione. La crisi di Hezbollah si misura attraverso missili distrutti, comandanti eliminati e linee di rifornimento interrotte. Si misura anche attraverso qualcosa di meno visibile: la possibilità che dentro la stessa comunità sulla quale il movimento ha costruito il proprio potere qualcuno cominci a dire pubblicamente che Hezbollah e gli sciiti del Libano sono due cose diverse.