Mansour Abbas ha scelto la conferenza nazionale di Ra’am, la Lista Araba Unita, per fissare la linea con cui il partito si presenterà alle prossime elezioni israeliane. Davanti a circa 1.050 delegati riuniti a Tayibe, il leader della formazione islamista ha ribadito due obiettivi che, nella sua strategia, devono procedere insieme: rafforzare la presenza politica dei cittadini arabi dentro le istituzioni israeliane e sostenere il riconoscimento di uno Stato palestinese.
«Lo Stato di Palestina esiste ed è in piedi. La maggior parte del mondo lo riconosce, tranne Stati Uniti e Israele. Vogliamo che anche loro lo riconoscano», ha detto Abbas, presentando ancora una volta i cittadini arabi israeliani come un possibile «ponte» verso un accordo di pace. Il suo discorso ha però guardato soprattutto alla politica interna e al ruolo che Ra’am intende rivendicare dopo il voto.
Il punto centrale resta quello sperimentato nel 2021, quando Abbas portò per la prima volta un partito arabo israeliano dentro una coalizione di governo. Ra’am firmò infatti l’accordo che consentì la nascita dell’esecutivo guidato da Naftali Bennett e successivamente da Yair Lapid, una scelta che provocò una frattura profonda nel sistema politico arabo israeliano e trasformò Abbas in una figura tanto controversa quanto decisiva. La sua tesi, allora come oggi, è che l’influenza politica passi dalla disponibilità a partecipare alle maggioranze e a negoziare risultati concreti per la società araba.
«Ra’am ha posto la democrazia israeliana davanti a una prova reale», ha dichiarato Abbas, sostenendo che la possibilità di una presenza araba in una futura coalizione sia ormai entrata stabilmente nel dibattito politico. È questo il terreno sul quale la formazione vuole misurarsi alle prossime elezioni, tentando di dimostrare che la partecipazione al governo può produrre risultati più tangibili rispetto alla permanenza all’opposizione.
Alla conferenza è tornato anche il tema dei rapporti tra le diverse forze arabe. Abbas ha proposto di aprire «una nuova pagina» con gli altri tre partiti, chiedendo cooperazione, coordinamento e un accordo per la redistribuzione dei voti residui. Dopo anni di divisioni, candidature separate e scontri sulla strategia da seguire nei confronti dei governi israeliani, la dispersione del voto resta uno dei rischi maggiori per la rappresentanza araba alla Knesset.
La linea pragmatica è stata difesa anche da Mazen Ghanayem, sindaco di Sakhnin e presidente del comitato nazionale dei capi delle autorità locali arabe. Ghanayem ha ricordato i finanziamenti ottenuti durante l’esperienza di governo, citando in particolare il piano quinquennale 550 per lo sviluppo economico e sociale delle comunità arabe. Una risposta indiretta a quanti, all’interno dello stesso mondo politico arabo, avevano liquidato quelle risorse come insufficienti.
Walid Taha, presidente del gruppo parlamentare di Ra’am, ha insistito sullo stesso argomento. La differenza, ha spiegato, consiste nel trasformare le richieste in iniziativa politica, assumendosi anche il costo della partecipazione a una coalizione. Rivolgendosi al pubblico ebraico, Taha ha parlato della necessità di costruire «un modello di cittadinanza giusta per tutti i cittadini dello Stato».
La scommessa di Abbas resta però complicata. Dopo il 7 ottobre, la guerra a Gaza e l’inasprimento dello scontro politico interno hanno reso ancora più difficile immaginare una coalizione sostenuta da una formazione araba. Allo stesso tempo, l’esperienza del 2021 ha lasciato un precedente che difficilmente potrà essere cancellato.
Ra’am arriva quindi al voto cercando di tenere insieme due piani delicati: una posizione palestinese esplicita sul conflitto e la volontà di continuare a operare dentro il sistema politico israeliano. Abbas sa che il peso del suo partito dipenderà dai numeri, ma anche dalla disponibilità delle altre forze a considerarlo nuovamente un interlocutore. La prova evocata nel suo discorso riguarda Ra’am quanto l’intera politica israeliana.