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Gaza, armi di Hamas nascoste nelle moschee

Israele colpisce depositi a Shati e Deir al-Balah. Kalashnikov e materiale militare custoditi all’interno di luoghi di culto

Shira Navon

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Gaza, armi di Hamas nascoste nelle moschee

Due moschee utilizzate per custodire armi, decine di fucili Kalashnikov, caricatori e altro materiale militare destinato ad Hamas. L’esercito israeliano e lo Shin Bet hanno colpito lunedì 24 agosto due depositi nella Striscia di Gaza, nelle aree di Shati e Deir al-Balah, dopo aver diffuso avvisi alla popolazione perché si allontanasse dalle zone interessate.

La notizia è stata comunicata congiuntamente dalle forze armate e dal servizio di sicurezza interno israeliano. Secondo l’esercito, le armi erano state collocate all’interno di due moschee che venivano utilizzate anche come rifugio da uomini di Hamas. Prima dell’attacco sono stati impiegati sistemi di sorveglianza aerea e munizioni di precisione, oltre agli avvertimenti preventivi, con l’obiettivo dichiarato di ridurre il rischio per i civili.
La circostanza assume particolare rilievo perché le operazioni militari israeliane nella Striscia proseguono in una fase estremamente delicata, mentre gli Stati Uniti premono per limitare le azioni che possano compromettere il fragile cessate il fuoco e il percorso politico previsto per Gaza. Proprio per questo Gerusalemme sostiene che le operazioni condotte in questa fase siano rivolte contro minacce specifiche e infrastrutture militari ancora attive.

Nel caso dei due depositi, l’esercito afferma che Hamas continuava a servirsi di edifici civili e religiosi per proteggere uomini e armamenti e preparare azioni contro le truppe israeliane schierate lungo la cosiddetta linea gialla e contro il territorio israeliano. L’accusa dell’uso militare delle moschee proviene dalle autorità israeliane e, per questi due siti, le informazioni disponibili pubblicamente derivano principalmente dalle forze armate e dallo Shin Bet.

Il problema, tuttavia, accompagna la guerra di Gaza fin dalle sue prime fasi. L’esercito israeliano ha documentato ripetutamente il ritrovamento di armi, imbocchi di tunnel e strutture operative all’interno o nelle immediate vicinanze di scuole, ospedali, edifici religiosi e altre infrastrutture civili. Hamas ha contestato in numerose occasioni le accuse israeliane relative all’utilizzo militare di strutture protette, mentre in alcuni casi la presenza di infrastrutture armate in aree civili è stata documentata anche da fonti indipendenti.

È proprio la sovrapposizione tra infrastrutture civili e attività militari a rappresentare uno degli aspetti più controversi della guerra nella Striscia, uno dei territori più densamente popolati al mondo. Il diritto internazionale umanitario tutela in maniera particolare i luoghi di culto e gli edifici civili. Questa protezione può venire meno quando una struttura viene effettivamente impiegata per scopi militari, ferma restando per chi attacca l’obbligatorietà dei principi di distinzione, proporzionalità e precauzione.

Gli attacchi di lunedì hanno avuto anche conseguenze civili. Secondo fonti sanitarie palestinesi citate dalle agenzie internazionali, almeno quattro palestinesi, tra i quali due bambini, sono stati uccisi in diversi episodi avvenuti nella Striscia nel corso della giornata. Le autorità israeliane hanno confermato gli attacchi contro i depositi di armi nelle moschee e un’altra operazione contro un uomo indicato come appartenente ad Hamas, mentre non hanno attribuito a tutte le vittime riportate dalle fonti palestinesi una specifica azione militare.

Il ritrovamento e la distruzione di arsenali assumono intanto un significato che guarda oltre le singole operazioni. Qualunque assetto futuro per Gaza previsto dal piano sostenuto da Washington presuppone infatti la smilitarizzazione di Hamas. Finché nella Striscia resteranno depositi di armi, infrastrutture sotterranee e capacità operative dell’organizzazione, quella condizione resterà lontana dall’essere raggiunta.

Le due moschee di Shati e Deir al-Balah riportano così al centro uno dei problemi destinati a pesare sul futuro di Gaza. La ricostruzione richiede che gli edifici civili tornino alla loro funzione e che scuole, ospedali e luoghi di culto cessino di essere coinvolti nelle attività militari. Senza questo passaggio, anche un eventuale nuovo equilibrio politico continuerà a poggiare su fondamenta estremamente fragili.