«Venite a Tel Aviv, bevete una birra, godetevi il mare». L’invito arriva da Israele, il destinatario è il Libano e a trasmetterlo è un media di Beirut. È questo il particolare che trasforma un breve reportage girato sul lungomare israeliano in qualcosa di politicamente più interessante delle decine di migliaia di visualizzazioni raccolte sui social. This Is Beirut, piattaforma libanese in lingua inglese, ha pubblicato il 23 agosto un servizio nel quale alcuni israeliani si rivolgono direttamente ai loro vicini del nord e parlano apertamente di pace.
Nel video compare anche Guy Avner, vicesindaco di Tel Aviv, che considera un accordo tra i due Paesi «solo una questione di tempo». Avner immagina libanesi in visita nella sua città e dice di sperare di poter andare un giorno a Beirut. Altri intervistati propongono qualcosa di ancora più semplice, una birra a Tel Aviv o un bicchiere di arak a Jaffa. Parole ordinarie, quasi banali, che assumono tutt’altro peso quando attraversano un confine dietro il quale Israele e Libano restano formalmente nemici.
A realizzare il servizio è stata Selena Ryan, giornalista indipendente israeliana che collabora con This Is Beirut e presiede la Israel-Lebanon Friendship Association all’interno dell’Abrahamic Movement. Il dato che Ryan considera più significativo riguarda ciò che accade dopo la pubblicazione. Le reazioni ostili vengono espresse apertamente, mentre molti messaggi favorevoli alla pace arrivano in privato. Tra chi le scrive, sostiene la giornalista, figurano libanesi appartenenti a comunità diverse e anche musulmani sciiti contrari al controllo esercitato da Hezbollah sulla vita politica e militare del Paese.
È un fenomeno difficile da quantificare e sarebbe azzardato trasformare una raccolta di messaggi privati in un sondaggio sull’opinione pubblica libanese. Il valore della vicenda sta altrove. In Libano parlare pubblicamente di rapporti con Israele rimane politicamente e socialmente delicato, mentre una legge del 1955 sul boicottaggio dello Stato ebraico continua a rendere estremamente problematici i contatti diretti tra cittadini dei due Paesi. Che un organo d’informazione con sede a Beirut offra spazio a israeliani che parlano ai libanesi costituisce dunque, di per sé, un segnale.
E il reportage di Tel Aviv arriva in un momento nel quale altri segnali stanno emergendo. Negli ultimi mesi This Is Beirut ha dato spazio a residenti del Libano meridionale favorevoli ai negoziati, a esponenti politici che chiedono il monopolio delle armi da parte dello Stato e a interventi che discutono apertamente la prospettiva di una pace con Israele. In aprile si sono inoltre svolti colloqui diretti ad alto livello tra rappresentanti libanesi e israeliani con mediazione americana, i primi di questo genere dal 1993.
Il cambiamento più importante riguarda Hezbollah. La guerra iniziata dopo l’8 ottobre 2023, quando l’organizzazione sciita aprì il fronte contro Israele in solidarietà con Hamas, ha imposto al Libano costi enormi e ha riaperto la questione di chi abbia il diritto di decidere della guerra e della pace. L’uccisione di Hassan Nasrallah nel settembre 2024 e il successivo indebolimento militare del movimento hanno modificato ulteriormente gli equilibri. Per una parte dei libanesi, Hezbollah appare sempre più come lo strumento attraverso il quale Teheran ha subordinato gli interessi del Paese alla propria strategia regionale.
Quanto sia ampia questa parte della società resta da stabilire. Ryan racconta di ricevere messaggi da sciiti che cercano una rappresentanza politica svincolata dall’Iran, mentre le rilevazioni sull’atteggiamento dei libanesi verso Israele continuano a offrire risultati molto diversi a seconda del momento, della comunità di appartenenza e del modo in cui vengono formulate le domande. Parlare di una maggioranza favorevole alla normalizzazione sarebbe dunque prematuro.
Qualcosa, tuttavia, si sta muovendo. Nel luglio scorso diversi cittadini libanesi hanno ricevuto messaggi che li invitavano a partecipare online a conversazioni con israeliani sulla pace tra i due Paesi. Adesso un media libanese porta direttamente nelle case immagini di Tel Aviv e israeliani che dicono ai libanesi di volerli incontrare.
La distanza geografica, del resto, è minuscola. Beirut e Tel Aviv si affacciano sullo stesso Mediterraneo e sono separate da meno di duecento chilometri. Quella politica è sembrata per decenni immensamente più grande. Se un giorno comincerà davvero a ridursi, potrebbe accadere anche attraverso gesti apparentemente insignificanti come questo, un israeliano che davanti a una telecamera libanese invita il vicino sconosciuto a sedersi al suo tavolo.