Gli Stati Uniti hanno imposto sanzioni antiterrorismo contro Palestine Action, il gruppo britannico protagonista negli ultimi anni di incursioni, sabotaggi e danneggiamenti contro aziende legate alla difesa israeliana e installazioni militari del Regno Unito. La decisione, annunciata il 26 agosto dal dipartimento del Tesoro, affianca Washington a Londra, che aveva già messo fuorilegge l’organizzazione nel luglio 2025.
La misura americana richiede però una precisazione importante. Palestine Action non è stata inserita dal dipartimento di Stato nella lista delle Foreign Terrorist Organizations, la categoria giuridica riservata alle organizzazioni terroristiche straniere. È stata invece designata dall’Office of Foreign Assets Control del Tesoro in base all’Executive Order 13224, lo strumento utilizzato dagli Stati Uniti per colpire finanziariamente persone e organizzazioni accusate di terrorismo o di sostegno ad atti terroristici.
Le conseguenze sono comunque pesanti. Tutti i beni e gli interessi riconducibili al gruppo che si trovino negli Stati Uniti, o siano controllati da soggetti americani, vengono congelati. Sono inoltre generalmente vietate le transazioni che coinvolgano Palestine Action, mentre banche, società e individui che ne favoriscano determinate attività possono esporsi a sanzioni civili o penali e, in alcuni casi, anche a misure secondarie.
Il segretario al Tesoro Scott Bessent ha inserito il provvedimento in un’offensiva più ampia dell’amministrazione Trump contro quello che Washington definisce terrorismo dell’estrema sinistra. «Gli estremisti di sinistra, i loro fronti e i loro facilitatori devono essere avvertiti», ha dichiarato Bessent, promettendo di utilizzare «tutto il peso» degli strumenti economici americani per interromperne i finanziamenti.
Palestine Action è nata nel Regno Unito nel 2020 e ha concentrato gran parte della propria attività contro Elbit Systems e altre società accusate di collaborare con l’industria militare israeliana. Gli attivisti hanno occupato stabilimenti, danneggiato apparecchiature, infranto vetrate, bloccato impianti e rivendicato apertamente l’uso dell’azione diretta come strumento per interrompere la produzione e le forniture destinate a Israele.
Secondo il Tesoro americano, alcune di queste operazioni hanno provocato feriti tra gli agenti britannici e danni per milioni di dollari. Washington sostiene inoltre che il gruppo abbia promosso sui social le proprie azioni incoraggiando l’utilizzo di tattiche analoghe anche fuori dalla Gran Bretagna.
L’episodio che accelerò la decisione britannica fu l’irruzione del giugno 2025 nella base della Royal Air Force di Brize Norton, dove alcuni attivisti penetrarono nell’area militare e danneggiarono due velivoli. Pochi giorni dopo il governo annunciò la procedura per proibire Palestine Action ai sensi del Terrorism Act del 2000. Il provvedimento entrò formalmente in vigore il 5 luglio.
Da allora appartenere all’organizzazione, sostenerla o promuoverne pubblicamente le attività può costituire reato nel Regno Unito. Proprio questa ampiezza ha provocato una lunga battaglia giudiziaria e migliaia di arresti durante manifestazioni organizzate deliberatamente per sfidare il divieto.
La vicenda resta ancora aperta davanti alla giustizia britannica. Nel febbraio scorso l’Alta Corte aveva giudicato illegittima la decisione del governo sotto alcuni profili, compreso il rapporto con la libertà di espressione e di associazione. La Corte d’appello ha successivamente ribaltato quella decisione, riconoscendo la legittimità della proscrizione. Huda Ammori, cofondatrice di Palestine Action, si è rivolta alla Corte Suprema, che discuterà il caso il 4 e 5 novembre.
Il nodo giuridico è delicato perché la legge britannica comprende nella definizione di terrorismo anche gravi danni alla proprietà quando siano finalizzati a influenzare o intimidire un governo per motivi politici. È su questo terreno che Londra ha sostenuto il passaggio di Palestine Action dalla categoria dell’attivismo criminale a quella del terrorismo.
La scelta americana rafforza ora quella interpretazione sul piano internazionale. Nello stesso provvedimento il Tesoro ha colpito anche Masar Badil, indicandolo come un’organizzazione collegata alla rete di Samidoun e quindi al Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, e il collettivo italiano Autistici/Inventati, accusato di fornire infrastrutture digitali a gruppi estremisti.
Palestine Action respinge la qualificazione terroristica. La cofondatrice Ammori sostiene che le azioni del gruppo abbiano sempre avuto lo scopo di interrompere quella che definisce la «macchina da guerra israeliana» e considera le misure britanniche e americane un attacco alle libertà politiche.
Dopo Washington, tuttavia, la questione ha ormai superato i confini britannici. Per Palestine Action diventa molto più difficile raccogliere denaro, utilizzare servizi finanziari internazionali e costruire rapporti con organizzazioni estere. Il salto compiuto negli anni dalle proteste davanti agli stabilimenti alle incursioni nelle infrastrutture della difesa ha finito per produrre una risposta altrettanto radicale. Prima Londra ha vietato il gruppo. Ora gli Stati Uniti hanno cominciato a chiudergli i rubinetti finanziari.