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Palestine Action, carcere per l’assalto a Bristol

Condanne fino a oltre otto anni per quattro militanti pro-palestinesi dopo l’irruzione del 2024 in un impianto della controllata britannica di Elbit Systems e il ferimento di una poliziotta

Paolo Montesi

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Palestine Action, carcere per l’assalto a Bristol

Quattro condanne per gli attivisti di Palestine Action in Gran Bretagna con pene detentive comprese tra cinque e oltre otto anni per l’assalto compiuto nell’agosto 2024 contro uno stabilimento di Elbit Systems UK a Bristol. La sentenza, pronunciata venerdì dalla Crown Court di Londra, rappresenta uno dei più severi provvedimenti giudiziari adottati negli ultimi anni nei confronti di militanti coinvolti in azioni dirette contro aziende legate a Israele e riporta al centro del dibattito britannico il confine tra protesta politica, sabotaggio industriale e violenza organizzata.

I quattro imputati, Samuel Corner, Charlotte Head, Leona Camio e Fatima Rajouani, erano stati riconosciuti colpevoli il mese scorso di danneggiamento aggravato dopo un nuovo processo. Secondo l’accusa, avevano pianificato con cura l’operazione, penetrando all’interno del sito produttivo armati di martelli e asce, provocando danni superiori a un milione di dollari e affrontando gli agenti intervenuti sul posto.

L’episodio assunse una gravità ancora maggiore quando una poliziotta, Kate Evans, venne colpita durante gli scontri e riportò una frattura vertebrale. In aula, leggendo una dichiarazione personale interrotta più volte dall’emozione, Evans ha raccontato le conseguenze fisiche e professionali dell’aggressione, spiegando di avere dovuto rinunciare al grado di sergente a causa delle difficoltà incontrate nel recupero.

Samuel Corner, ritenuto responsabile dell’aggressione più grave, è stato condannato a otto anni e otto mesi di carcere. Charlotte Head e Leona Camio hanno ricevuto una pena di quasi sei anni ciascuna, mentre Fatima Rajouani è stata condannata a cinque anni e otto mesi. Il giudice ha sottolineato che tutti gli imputati erano persone giovani e senza un profilo criminale particolarmente rilevante, aggiungendo però che la loro indignazione per la guerra a Gaza li aveva spinti a sostituire la protesta legale con l’azione violenta.

Un passaggio della sentenza ha attirato particolare attenzione. Il magistrato ha infatti confermato che i reati presentavano elementi riconducibili a “connessioni terroristiche”, una valutazione che nel diritto britannico costituisce una circostanza aggravante. La definizione ha immediatamente provocato polemiche tra i sostenitori degli imputati e tra alcuni esponenti della sinistra britannica, che contestano da mesi il tentativo delle autorità di assimilare le azioni di Palestine Action a forme di estremismo politico.

Fuori dal tribunale si sono radunate circa cinquecento persone con bandiere palestinesi, tamburi e cartelli. Gli slogan chiedevano la liberazione degli attivisti e denunciavano la criminalizzazione della solidarietà verso i palestinesi. La polizia ha arrestato 107 manifestanti che hanno espresso sostegno a Palestine Action, organizzazione la cui situazione giuridica resta complessa. Il governo britannico aveva infatti avviato procedure per classificarla come organizzazione terroristica, ma una decisione dell’Alta Corte intervenuta nei mesi successivi ha sospeso quel provvedimento in attesa dell’esito definitivo del contenzioso.

Alla manifestazione era presente anche John McDonnell, ex cancelliere dello Scacchiere del Partito Laburista durante la leadership di Jeremy Corbyn, che ha criticato apertamente la qualificazione dei fatti come collegati al terrorismo.

La vicenda si inserisce in una campagna più ampia condotta da Palestine Action contro aziende considerate coinvolte nella filiera militare israeliana. Dal 2020 il gruppo ha organizzato decine di occupazioni, blocchi e atti di sabotaggio contro sedi industriali, banche e fornitori collegati a Israele. I suoi sostenitori presentano queste iniziative come forme di disobbedienza civile volte a interrompere la produzione di armamenti. Le autorità britanniche e le aziende colpite le descrivono invece come azioni criminali pianificate, caratterizzate da danni economici rilevanti e da rischi concreti per lavoratori e forze dell’ordine.

Lo stabilimento di Bristol preso di mira nel 2024 apparteneva a Elbit Systems UK, controllata britannica della maggiore azienda della difesa israeliana. Dopo anni di proteste e azioni dimostrative, il sito è stato successivamente chiuso. L’azienda ha sempre sostenuto che la decisione fosse legata esclusivamente a valutazioni commerciali e industriali, escludendo qualsiasi collegamento con le campagne di pressione degli attivisti.

La sentenza di Londra segna comunque un punto di svolta. Per la magistratura britannica l’indignazione politica, per quanto intensa, non può trasformarsi in una licenza per colpire impianti industriali, ferire agenti di polizia e imporre con la forza le proprie convinzioni. Per i sostenitori degli imputati, invece, quelle condanne rappresentano il simbolo di una repressione sempre più dura contro le forme radicali di protesta legate alla guerra di Gaza. Lo scontro, a giudicare dalle reazioni esplose dentro e fuori il tribunale, appare destinato a proseguire ancora a lungo.