Mille giorni dopo il 7 ottobre, la domanda più interessante forse non riguarda Israele. Riguarda noi. L’attacco di Hamas e la guerra che ne è seguita hanno modificato il Medio Oriente, ma hanno anche aperto una frattura nell’Occidente che continua ad allargarsi. In questi quasi tre anni sono cambiate le parole, gli schieramenti politici, il modo di raccontare i conflitti e perfino il rapporto con la memoria della Shoah. Molte certezze che sembravano consolidate hanno iniziato a vacillare, mentre vecchie categorie interpretative hanno mostrato tutti i loro limiti.
Le università sono state il primo laboratorio di questo cambiamento. I campus americani e, in misura crescente, quelli europei sono diventati il teatro di proteste, occupazioni e scontri che hanno spesso oltrepassato il confine della contestazione politica. In numerosi atenei studenti ebrei hanno denunciato intimidazioni, isolamento e difficoltà a partecipare alla normale vita universitaria. Le inchieste avviate negli Stati Uniti, le dimissioni di alcuni rettori e il dibattito sulla libertà accademica hanno rivelato una realtà molto più complessa di quella descritta dalle cronache dei primi mesi. L’università, tradizionalmente luogo del confronto, ha scoperto quanto sia fragile l’equilibrio tra libertà di espressione e tutela delle persone.
Anche il giornalismo è uscito profondamente trasformato. La velocità dei social ha imposto ritmi incompatibili con la verifica delle informazioni, mentre fotografie fuori contesto, video manipolati e dati rilanciati senza controlli hanno influenzato il dibattito pubblico ben prima che arrivassero le smentite. La pressione della polarizzazione ha reso più difficile distinguere il lavoro di ricostruzione dei fatti dalla militanza ideologica. Per molti lettori è cresciuta la diffidenza verso i media tradizionali, accusati alternativamente di essere troppo vicini a Israele oppure troppo indulgenti verso Hamas. Il risultato è un’informazione che fatica a recuperare la fiducia perduta.
La sinistra occidentale ha probabilmente attraversato la crisi più profonda, talmente profonda da snaturarla. Tutto ciò in cui diceva di credere – libertà, giustizia, eguaglianza –l’ha contraddetto senza pudore anche se con qualche imbarazzo. Una parte consistente della sua cultura politica ha continuato a leggere il conflitto quasi esclusivamente attraverso la categoria dell’oppressore e dell’oppresso, trovandosi in difficoltà davanti a un’organizzazione jihadista che rivendicava apertamente il massacro di civili. In molti Paesi europei e negli Stati Uniti sono emerse divisioni che attraversano partiti, movimenti e sindacati, con una distanza sempre più evidente tra le generazioni più giovani e la classe dirigente storica.
Nemmeno la destra è rimasta immobile. Il sostegno a Israele è diventato uno degli elementi identitari di molte forze conservatrici occidentali, ma spesso si è intrecciato con logiche di politica interna, con il tema dell’immigrazione e con la critica all’islamismo radicale. In alcuni casi questo appoggio ha convissuto con ambienti che in passato avevano mostrato ambiguità proprio nei confronti dell’antisemitismo, dando vita a un quadro ricco di contraddizioni.
Per le comunità ebraiche della diaspora questi mille giorni hanno rappresentato uno spartiacque. L’aumento degli episodi antisemiti, la necessità di rafforzare la sicurezza di sinagoghe e scuole, il timore di esporsi pubblicamente con simboli ebraici hanno modificato la vita quotidiana di migliaia di persone. Molti ebrei europei e americani hanno raccontato di avere percepito, per la prima volta dopo decenni, un senso di vulnerabilità che pensavano appartenesse al passato.
Anche il mondo arabo ha vissuto una stagione di profonde trasformazioni. Le piazze hanno espresso una forte solidarietà verso la popolazione di Gaza, mentre diversi governi hanno continuato a muoversi con maggiore prudenza, cercando di conciliare la pressione dell’opinione pubblica con interessi strategici, economici e di sicurezza. Gli Accordi di Abramo non sono scomparsi, ma hanno attraversato una fase di forte rallentamento, mentre nuovi equilibri regionali hanno iniziato a prendere forma dopo l’indebolimento dell’asse guidato dall’Iran.
Il cambiamento più difficile da misurare riguarda però l’opinione pubblica occidentale. Il 7 ottobre e la guerra successiva hanno dimostrato che l’accesso illimitato alle informazioni non produce necessariamente una migliore comprensione della realtà. Al contrario, la moltiplicazione delle fonti ha favorito la formazione di universi paralleli, nei quali persone diverse osservano gli stessi eventi arrivando a conclusioni completamente opposte. La discussione pubblica si è così trasformata in una somma di convinzioni impermeabili ai fatti.
Mille giorni dopo, il lascito del 7 ottobre non consiste soltanto nelle conseguenze politiche della guerra. Ha modificato il modo in cui l’Occidente discute di democrazia, terrorismo, diritto internazionale, libertà di parola e identità. Ha messo alla prova istituzioni considerate solide e ha costretto intere società a confrontarsi con domande che sembravano appartenere al Novecento.
Per questo la storia di questi mille giorni non riguarda soltanto Israele. Riguarda il futuro culturale e politico dell’Occidente. Ed è una storia che, con ogni probabilità, ha appena cominciato a essere scritta.

