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Corma: 60 milioni per l’AI contro cyberattacchi

La startup israelo-americana costruisce un’intelligenza artificiale specializzata nella difesa informatica e già impiegata da grandi aziende

Rosa Davanzo

Tempo di Lettura: 4 min
Corma: 60 milioni per l’AI contro cyberattacchi

Se l’intelligenza artificiale sta rendendo gli hacker più veloci e potenti, la risposta potrebbe essere affidare all’intelligenza artificiale anche la difesa. È la scommessa di Corma, startup fondata nel 2025 fra Tel Aviv e San Francisco, che è uscita dalla modalità riservata con un finanziamento seed da 60 milioni di dollari guidato da Sequoia Capital, insieme a Khosla Ventures e Coatue. Una cifra considerevole per un primo round e soprattutto un’indicazione di quanto la sicurezza informatica sia diventata uno dei nuovi campi di battaglia dell’AI.

Corma parte da un problema preciso. I grandi modelli di intelligenza artificiale sono diventati straordinariamente bravi a programmare, individuare errori nel software, analizzare sistemi complessi e concatenare operazioni. Sono capacità utilissime anche per chi cerca una vulnerabilità da sfruttare. Un attacco che un tempo richiedeva competenze elevate, molto lavoro umano e parecchio tempo può essere progressivamente automatizzato.

La difesa richiede invece un tipo diverso di intelligenza. Un sistema di sicurezza deve attraversare quantità enormi di registri, eventi di rete e dati apparentemente insignificanti, trovare collegamenti fra segnali lontani nel tempo e mantenere coerenza durante migliaia di decisioni consecutive. È questa, secondo Corma, la ragione per cui utilizzare semplicemente gli stessi modelli generalisti impiegati per qualsiasi altra attività lascia un vantaggio strutturale a chi attacca.

La startup ha quindi deciso di costruire un proprio foundation model addestrato specificamente per la cyberdifesa. Da questo modello nascono agenti autonomi capaci di muoversi attraverso gli strumenti di sicurezza già presenti in un’azienda, analizzare un possibile attacco, ricostruirne il percorso e intervenire. L’idea è avvicinarsi al comportamento di un esperto umano che indaga su un incidente, con la differenza che l’agente può lavorare continuamente e alla velocità di una macchina.

Il fondatore e amministratore delegato Alon Pluda descrive questi agenti come una sorta di personale virtuale aggiuntivo. Corma, secondo la sua impostazione, entra nelle strutture di sicurezza esistenti e svolge autonomamente una parte del lavoro che oggi assorbe ore degli analisti. I suoi sistemi sono già utilizzati, sostiene l’azienda, da organizzazioni appartenenti alle Fortune 100 e Fortune 500 nei settori sanitario, finanziario, energetico, delle infrastrutture critiche e della distribuzione. I nomi dei clienti restano riservati.

Nei primi impieghi Corma afferma di avere ridotto di oltre il 94 per cento il tempo necessario a reagire alle minacce e di avere moltiplicato per quindici la copertura delle attività di sicurezza. Sequoia racconta il caso di un agente che, nella prima ora di funzionamento presso un cliente, avrebbe individuato e neutralizzato una campagna ostile sfuggita al gruppo di sicurezza dell’azienda per 52 giorni. Sono risultati comunicati dalla società e dai suoi investitori e richiedono quindi la cautela dovuta a dati che finora non sono stati verificati pubblicamente su larga scala.

Dietro il progetto c’è una combinazione molto israeliana fra ricerca tecnologica e cultura della cybersicurezza. Il gruppo comprende ricercatori provenienti da Google e DeepMind e specialisti con esperienze nell’Unità 8200 dell’intelligence militare israeliana e in importanti aziende del settore. Pluda aveva già cofondato Miggo Security, società specializzata nella sicurezza delle applicazioni.

L’aspetto più interessante di Corma riguarda tuttavia il cambiamento che cerca di anticipare. L’AI sta progressivamente spostando il confronto informatico da una competizione fra hacker e analisti umani a una competizione fra sistemi autonomi. Un agente ostile può cercare vulnerabilità, modificare una strategia dopo un fallimento e riprovare migliaia di volte. Sul lato opposto della rete serviranno strumenti capaci di reagire con la stessa rapidità.

Questo passaggio diventa particolarmente delicato quando il bersaglio è un ospedale, una rete energetica o un’infrastruttura nazionale. In quei casi la cybersecurity riguarda la continuità di servizi essenziali e può trasformarsi rapidamente in una questione di sicurezza nazionale.

I 60 milioni raccolti da Corma servono dunque a finanziare qualcosa di più ambizioso dell’ennesimo software di sicurezza. L’azienda vuole costruire un’intelligenza artificiale che impari a comportarsi come un difensore specializzato e che migliori affrontando continuamente nuovi scenari.

La partita è appena cominciata e le prestazioni promesse dovranno essere dimostrate su scala molto più ampia. La direzione, però, è già evidente. Dopo avere insegnato alle macchine a scrivere, programmare e ragionare, stiamo insegnando loro anche ad attaccare sistemi informatici. La conseguenza inevitabile è che dovremo insegnare ad altre macchine a fermarle.