Home > Attualità > Arresti e torture: la morsa di Hamas su Gaza

Arresti e torture: la morsa di Hamas su Gaza

Le IDF avvertono direttamente la popolazione della Striscia. Le accuse israeliane trovano riscontri anche in un recente rapporto dell’ONU e nelle denunce di Medici Senza Frontiere

Shira Navon

Tempo di Lettura: 4 min
Arresti e torture: la morsa di Hamas su Gaza

Hamas sta approfittando della tregua per ricostruire il proprio apparato di controllo a Gaza e intensificare la repressione contro i palestinesi considerati oppositori o semplicemente sospetti.
L’allarme arriva dalle IDF, che hanno scelto una modalità insolita per renderlo pubblico: un messaggio rivolto direttamente agli abitanti della Striscia dalla tenente colonnello Ella Waweya, portavoce dell’esercito israeliano in lingua araba.

Secondo le informazioni diffuse dalle IDF e dallo Shin Bet, interrogatori violenti, arresti e torture sarebbero aumentati dopo l’entrata in vigore del cessate il fuoco, mentre Hamas cerca di ristabilire un controllo capillare sulla popolazione dopo quasi tre anni di guerra.
Strutture civili — fra cui ospedali, scuole e moschee — verrebbero utilizzate anche per detenere e interrogare palestinesi sospettati di collaborazionismo, dissenso o attività ostili all’organizzazione.

Le accuse provengono da apparati israeliani direttamente coinvolti nel conflitto e richiedono quindi riscontri esterni.
Alcuni, tuttavia, esistono.
Lo scorso giugno la Commissione internazionale indipendente d’inchiesta delle Nazioni Unite sui territori palestinesi ha denunciato la «gravità e il carattere pubblico» delle misure punitive adottate da Hamas contro la popolazione di Gaza, attribuendo alle forze legate all’organizzazione omicidi e torture qualificabili come crimini di guerra.
Il rapporto dell’ONU descrive una popolazione palestinese intrappolata anche nel «governo fondato sulla paura» esercitato da Hamas.

Un altro segnale significativo era arrivato da Medici Senza Frontiere.
Nel gennaio scorso l’organizzazione aveva sospeso le attività mediche non essenziali all’ospedale Nasser di Khan Younis dopo aver segnalato gravi violazioni della neutralità della struttura.
Personale e pazienti avevano riferito della presenza di uomini armati, alcuni mascherati, oltre a intimidazioni e arresti arbitrari, e a un episodio che aveva fatto sospettare lo spostamento di armi all’interno del complesso.

La denuncia israeliana si inserisce dunque in un quadro più ampio.
Hamas governa Gaza dal 2007, quando estromise con la forza Fatah dopo la vittoria nelle elezioni legislative palestinesi dell’anno precedente.
Da allora nella Striscia non si sono più tenute elezioni nazionali e le organizzazioni internazionali che monitorano le libertà politiche hanno ripetutamente documentato repressione del dissenso, arresti arbitrari e violenze contro oppositori e manifestanti.
Freedom House continua a definire il governo di Hamas autoritario e fondato sulla soppressione delle critiche.

La guerra iniziata con il massacro del 7 ottobre 2023 ha sconvolto anche questo sistema di potere.
Gran parte delle strutture amministrative e militari dell’organizzazione è stata colpita, migliaia dei suoi uomini sono stati uccisi e la presenza delle IDF ha ridisegnato il controllo territoriale della Striscia.
Il cessate il fuoco dell’ottobre 2025 ha però lasciato Hamas in controllo di fatto di una parte considerevole di Gaza, consentendogli di ricostituire gradualmente polizia, sicurezza interna e strutture amministrative.

È proprio questa capacità di rigenerazione a preoccupare Israele.
All’inizio di agosto Gerusalemme ha accusato Hamas di continuare a reclutare uomini, ricostruire tunnel e riarmarsi, sostenendo che tali attività violino gli impegni previsti dal piano americano per la smilitarizzazione della Striscia.

La repressione interna svolge in questo processo una funzione essenziale.
Un’organizzazione indebolita militarmente ha bisogno di impedire la nascita di poteri alternativi, neutralizzare le reti considerate ostili e dimostrare alla popolazione che la propria autorità è sopravvissuta alla guerra.
Le esecuzioni e le violenze compiute contro palestinesi accusati di collaborare con Israele o di opporsi al movimento hanno già mostrato quanto brutale possa diventare questa competizione.

Per Israele la questione investe direttamente qualsiasi progetto sul futuro di Gaza.
Se Hamas riesce a utilizzare il periodo di tregua per ricostruire gli strumenti attraverso i quali esercita il potere, la fine delle grandi operazioni militari rischia di restituire progressivamente all’organizzazione una parte di ciò che aveva perduto sul campo.
Per i palestinesi di Gaza il problema è ancora più immediato.
Dopo anni di guerra e devastazione, la ricostruzione dovrebbe coincidere con il recupero di una vita civile.
Il ritorno di interrogatori, arresti arbitrari e violenze politiche indica invece che, insieme agli edifici, Hamas sta cercando di ricostruire anche il sistema coercitivo con cui ha governato la Striscia per quasi vent’anni.

Il messaggio in arabo delle IDF ha evidentemente anche una funzione di guerra psicologica e politica contro Hamas.
Sarebbe però un errore liquidare per questo il problema che solleva.
Quando persino una commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite parla apertamente di omicidi, torture e governo della paura, la repressione dei palestinesi da parte di Hamas smette di essere soltanto un’accusa israeliana.
Diventa uno dei nodi da sciogliere per capire chi governerà Gaza quando la guerra sarà davvero finita.