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Adraee, il volto arabo dell’IDF

Per molti palestinesi e libanesi il suo nome è associato ai bombardamenti e agli sfollamenti, per altri è l’uomo che, con i suoi avvisi di evacuazione, ha consentito a centinaia di migliaia di civili di allontanarsi dalle zone di combattimento

Shira Navon

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Adraee, il volto arabo dell’IDF

Per milioni di abitanti di Gaza e del Libano meridionale, un messaggio pubblicato sui social da Avichay Adraee può significare una sola cosa: lasciare immediatamente la propria casa. Da oltre vent’anni il colonnello israeliano è il portavoce dell’IDF in lingua araba, ma dopo il 7 ottobre 2023 è diventato qualcosa di molto diverso da un semplice ufficiale addetto alla comunicazione. Il suo volto, la sua voce e perfino il suo stile comunicativo sono ormai conosciuti in tutto il Medio Oriente. C’è chi lo considera il simbolo della macchina militare israeliana e chi, pur detestandolo, controlla ogni giorno i suoi profili social perché sa che da quei messaggi possono dipendere la propria sicurezza e quella della propria famiglia.

A 43 anni, Adraee si prepara a lasciare l’incarico che ricopre dal 2005. Lo fa dopo avere attraversato quasi tutte le guerre combattute da Israele negli ultimi due decenni e dopo essere diventato uno dei personaggi israeliani più riconoscibili del mondo arabo. I suoi account raccolgono milioni di follower e ogni comunicato viene immediatamente rilanciato da televisioni, giornali e piattaforme digitali in tutta la regione.
La sua storia personale spiega in parte questa singolare traiettoria. Nato e cresciuto a Haifa, città in cui convivono comunità ebraiche e arabe, Adraee appartiene a una famiglia profondamente radicata nel Medio Oriente. Da parte paterna discende da ebrei presenti nella regione da generazioni. La famiglia materna arrivò invece in Israele dall’Iraq, come centinaia di migliaia di ebrei costretti a lasciare i Paesi arabi nel corso del Novecento.

L’arabo, racconta lui stesso, è stato un amore nato durante l’infanzia, alimentato dalle serie televisive egiziane che guardava in casa e perfezionato negli studi e nel servizio nell’intelligence militare. Questa familiarità con la lingua gli ha consentito di costruire un rapporto diretto con il pubblico arabo, un rapporto che negli anni si è trasformato in uno strumento strategico.

La svolta è arrivata con la rivoluzione dei social network. Se fino ai primi anni Duemila il lavoro del portavoce passava soprattutto attraverso interviste televisive e conferenze stampa, dal 2011 in poi la comunicazione diretta è diventata centrale. Adraee ha compreso prima di molti altri che Instagram, Facebook, X e TikTok potevano diventare un campo di battaglia parallelo. I suoi video mescolano comunicazioni operative, riferimenti alla cultura popolare araba, ironia, satira e messaggi destinati a diventare virali.

Durante le guerre contro Hamas e Hezbollah, i suoi profili hanno pubblicato centinaia di mappe con aree evidenziate in rosso e ordini di evacuazione destinati alla popolazione civile. Israele sostiene che questi avvisi rappresentino una componente essenziale degli sforzi per ridurre le vittime non coinvolte nei combattimenti. Adraee rivendica apertamente questo risultato e afferma che grazie agli avvisi diffusi dall’esercito israeliano siano state salvate moltissime vite.

Naturalmente l’altra faccia della medaglia è rappresentata dalla percezione che di lui hanno molti palestinesi e libanesi. Per chi ha vissuto mesi di sfollamenti, tende improvvisate e continui trasferimenti, il suo nome è associato ai momenti che precedono un bombardamento. A Khan Yunis, nel sud della Striscia di Gaza, diversi residenti hanno raccontato alla stampa internazionale di monitorare costantemente i suoi account perché ogni nuovo messaggio può annunciare un’imminente operazione militare.

La fama di Adraee ha ormai superato i confini della politica e della guerra. In Libano esiste perfino un fattorino che gli assomiglia e che realizza video satirici sfruttando la notorietà del portavoce israeliano. Un fenomeno impensabile per un ufficiale militare soltanto pochi anni fa.

La sua attività non è sfuggita alle polemiche. Organizzazioni come il Committee to Protect Journalists lo hanno accusato di avere talvolta indicato giornalisti palestinesi e libanesi come militanti di Hamas o Hezbollah senza fornire prove verificabili. Israele respinge queste accuse e sostiene che in numerosi casi persone presentate come giornalisti svolgessero contemporaneamente attività operative per organizzazioni terroristiche. La disputa riflette uno dei fronti più controversi delle guerre contemporanee, quello che riguarda il confine tra informazione, propaganda e partecipazione diretta alle ostilità.

A raccogliere la sua eredità sarà la tenente colonnello Ella Waweya, la più alta ufficiale musulmana dell’esercito israeliano. La scelta rappresenta di per sé un messaggio politico e simbolico che Gerusalemme intende trasmettere al mondo arabo.

Quando lascerà il suo incarico, Avichay Adraee resterà comunque una figura unica nella storia della comunicazione militare contemporanea. Nessun altro portavoce israeliano è riuscito a trasformarsi in un influencer seguito da milioni di persone oltre le linee del fronte. In una guerra che si combatte con missili, droni e algoritmi, la sua parabola racconta quanto il controllo dell’informazione sia diventato importante quanto il controllo del territorio.