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Libano, i cristiani sfidano l’Iran e Hezbollah cresce la rivolta per la sovranità nazionale

Oltre 400 personalità e i principali leader cristiani chiedono che Teheran esca dal dossier libanese e che lo Stato torni ad avere il monopolio delle armi

Shira Navon

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Libano, i cristiani sfidano l'Iran e Hezbollah cresce la rivolta per la sovranità nazionale

Il Libano torna a parlare con una voce che per anni è rimasta soffocata dal peso di Hezbollah e dall’influenza iraniana. Mentre i negoziati tra Stati Uniti e Iran proseguono sul delicato equilibrio regionale e cercano di consolidare il cessate il fuoco nel Paese dei Cedri, una parte significativa della classe dirigente libanese ha deciso di contestare apertamente l’idea che Teheran possa avere un ruolo nella definizione del futuro del Libano. Oltre quattrocento personalità pubbliche, insieme ai maggiori leader politici cristiani, hanno lanciato un appello destinato a incidere sul dibattito interno e internazionale, chiedendo il ripristino pieno della sovranità nazionale e il disarmo di Hezbollah.

L’iniziativa nasce dopo i colloqui di Lucerna, in Svizzera, durante i quali Washington e Teheran hanno concordato la creazione di un meccanismo di coordinamento destinato a monitorare il cessate il fuoco in Libano. Quel dispositivo, che coinvolge Stati Uniti, Iran e Repubblica libanese, è stato accolto con favore dai mediatori internazionali, mentre una parte consistente della politica di Beirut lo considera il riconoscimento formale di un diritto dell’Iran a intervenire negli affari interni del Paese. Reuters ha confermato che il nuovo organismo di coordinamento rientra nel quadro degli accordi raggiunti durante i negoziati sul cessate il fuoco.

A guidare la protesta è Samir Geagea, leader delle Forze Libanesi e capo del maggiore gruppo parlamentare cristiano, che in una lettera indirizzata al vicepresidente americano JD Vance ha individuato proprio nell’influenza iraniana il principale ostacolo alla rinascita dello Stato. Secondo Geagea, Hezbollah ha sottratto alle istituzioni il potere decisionale, ha impedito la costruzione di uno Stato efficiente e ha trascinato il Libano in guerre dettate dagli interessi strategici di Teheran anziché da quelli dei cittadini libanesi. La richiesta avanzata al governo americano è esplicita: escludere definitivamente l’Iran dal dossier libanese e riconoscere come unico interlocutore legittimo lo Stato di Beirut.

Sulla stessa linea si è collocato Samy Gemayel, leader del partito Kataeb, che ha dichiarato che la maggioranza dei libanesi rifiuta di vivere “in ostaggio di Hezbollah” e rivendica il diritto a un Paese governato dalle proprie istituzioni, nel quale le armi appartengano esclusivamente allo Stato.

Parole altrettanto significative sono arrivate dal presidente della Repubblica, Joseph Aoun, ex comandante dell’esercito e figura considerata uno dei principali punti di riferimento del nuovo equilibrio istituzionale. In un’intervista rilasciata alla CNN ha rivolto un messaggio diretto ai Pasdaran iraniani, affermando che il popolo libanese sta pagando il prezzo degli interessi strategici di Teheran e che gli interessi del Libano non coincidono con quelli della Repubblica islamica. Anche nei successivi colloqui con Washington Aoun ha ribadito che il Libano intende negoziare per conto proprio e respinge qualsiasi interferenza esterna nelle proprie decisioni.

L’appello firmato da oltre quattrocento esponenti della società civile, intitolato “Un appello per salvare il Libano”, mantiene una posizione articolata. Da una parte chiede la fine delle operazioni militari israeliane e il completo rispetto della sovranità territoriale libanese, dall’altra insiste sul principio che soltanto lo Stato debba detenere il monopolio della forza armata. È una presa di posizione che, pur evitando di allinearsi completamente alle richieste israeliane, finisce per mettere direttamente in discussione la struttura militare di Hezbollah e il suo storico legame con l’Iran.

Per decenni Teheran ha costruito nel Paese dei Cedri il proprio principale avamposto nel Mediterraneo attraverso Hezbollah, trasformandolo in uno strumento di pressione permanente contro Israele e in un decisivo centro di influenza sulla politica libanese. La novità di queste settimane consiste nel fatto che una parte consistente dell’establishment cristiano, sostenuta da numerose personalità indipendenti, ha scelto di contestare apertamente questo equilibrio. Se questa mobilitazione riuscirà a tradursi in un cambiamento politico concreto resta ancora tutto da verificare.

Tuttavia il semplice fatto che una simile richiesta venga oggi formulata pubblicamente, con il sostegno delle principali forze cristiane e dello stesso presidente della Repubblica, rappresenta uno degli sviluppi più significativi degli ultimi anni nella lunga battaglia per restituire al Libano una piena sovranità.