Ha sedici anni, frequenta un liceo, vive con la famiglia a Como. A scuola lo descrivono come schivo, taciturno, poco incline ai rapporti con i coetanei. Poi c’è l’altra vita, quella dietro e dentro il computer — ed è proprio lì che, secondo gli investigatori, compare un ragazzo diverso.
La Procura per i minorenni di Milano gli contesta la partecipazione ad associazione con finalità di terrorismo internazionale e la propaganda e istigazione a delinquere per motivi di discriminazione razziale, etnica e religiosa. L’indagine, partita da una segnalazione dell’Aisi, ha individuato diversi profili utilizzati dal ragazzo su Discord e Reddit. Gli investigatori hanno trovato propaganda dello Stato Islamico, materiale neonazista e antisemita, video di esecuzioni e addestramenti, oltre a un filmato sulla fabbricazione di un ordigno artigianale.
In alcune chat il sedicenne avrebbe scritto che, avendo due anni di più, sarebbe entrato nello Stato Islamico. Per rendersi difficilmente identificabile, utilizzava VPN e altri sistemi del genere.
Il suo avvocato invita alla prudenza. Dice che è un adolescente timido, che non ha compiuto atti terroristici e che gli accertamenti sono appena cominciati. Ed è giusto e doveroso ricordarlo: siamo davanti a un’indagine e a un minorenne, e le responsabilità penali dovranno essere accertate.
Resta però una domanda che riguarda tutti gli altri.
La prima cosa da evitare è la solita sociologia da pronto soccorso. Un ragazzo di sedici anni non è “i giovani di oggi” e il caso non descrive una generazione. Sarebbe ridicolo e anche indecente trasformare questo episodio nella dimostrazione che i nostri adolescenti stanno diventando jihadisti o neonazisti. Sarebbe però altrettanto irresponsabile tranquillizzarsi dicendo che si tratta semplicemente di un ragazzino strano chiuso nella propria stanza, fare ricorso a categorie psicologiche da strapazzo, parlare di perdita di valori in modo generico e farsesco.
Europol, nel suo rapporto sul terrorismo pubblicato poche settimane fa, segnala precisamente un fenomeno che dovrebbe mettere in moto qualche sensore — ammesso che ce ne sia rimasto ancora uno in grado di funzionare seriamente: il crescente coinvolgimento di giovanissimi nella radicalizzazione e il ruolo decisivo dell’ambiente digitale.
C’è anche un particolare impressionante. I ragazzi radicalizzati spesso possiedono una conoscenza superficiale delle ideologie alle quali dicono di aderire e finiscono per mescolare jihadismo, neonazismo, suprematismo, antisemitismo, nichilismo e culto della violenza. Sono combinazioni che a un adulto possono apparire contraddittorie, ma nell’universo digitale di un adolescente possono convivere perfettamente.
È esattamente ciò che colpisce nel caso di Como: Hitler e lo Stato Islamico, la svastica e il jihad. Il denominatore comune è molto più semplice delle ideologie che dovrebbero dividerli: l’odio, la fascinazione della violenza e, ancora una volta, l’ebreo.
Qui comincia il problema che preferiamo evitare.
Nessuno può sostenere seriamente che questo sedicenne sia diventato quello che gli investigatori descrivono perché ha visto una manifestazione pro Palestina, ascoltato un professore o letto un giornale. Sarebbe un rapporto di causa ed effetto impossibile da dimostrare e intellettualmente disonesto.
Ma una società educa anche attraverso ciò che ripete, ciò che tollera e ciò davanti al quale smette di reagire.
Da quasi tre anni ragazzi e adolescenti sentono parlare di Israele come incarnazione del male; incontrano sui social parole come “nazisti”, “genocidio”, “sterminio”, “sionisti assassini” adoperate con una facilità che sarebbe stata inconcepibile fino a pochi anni fa. Vedono ebrei chiamati a dissociarsi da Israele, studenti e docenti ebrei contestati, simboli del 7 ottobre riprodotti come emblemi di resistenza, terroristi trasformati in icone.
Il rapporto 2025 del CDEC registra proprio la diffusione di un linguaggio che trasforma gli ebrei in rappresentanti collettivi delle azioni attribuite a Israele e osserva come elementi provenienti anche dall’ideologia islamista abbiano trovato spazio nel discorso scolastico, universitario, mediatico e culturale.
Il che non produce automaticamente terroristi, grazie al cielo. Milioni di ragazzi ascoltano quelle parole e continuano tranquillamente la propria vita.
La pedagogia, però, funziona anche così: stabilisce lentamente ciò che è dicibile.
Se per mesi insegniamo, direttamente o indirettamente, che esiste un popolo sul quale è lecito riversare un linguaggio che per qualsiasi altra minoranza giudicheremmo intollerabile, qualcuno prima o poi può spingersi un passo più avanti. E qualcuno ancora un altro.
Il sedicenne di Como potrebbe essere soltanto una storia individuale, estrema e irripetibile. Sarebbe rassicurante.