Le automobili cinesi stanno uscendo, una dopo l’altra, dalle basi militari israeliane e dalle flotte delle principali aziende della difesa. La decisione, maturata nel corso degli ultimi mesi all’interno dell’apparato di sicurezza, riflette una convinzione sempre più diffusa: un’auto moderna è diventata un dispositivo connesso capace di raccogliere una quantità enorme di informazioni e, quando viene parcheggiata all’interno di installazioni sensibili, può trasformarsi in un potenziale rischio per la sicurezza nazionale.
Secondo quanto riportato dal quotidiano economico israeliano Calcalist, l’azienda Elbit Systems ha comunicato ai propri dipendenti che i veicoli prodotti da costruttori cinesi saranno progressivamente eliminati dalla flotta aziendale. La sostituzione avverrà man mano che scadranno i contratti di leasing e interesserà migliaia di automobili, che verranno rimpiazzate con modelli di marchi come Skoda, Toyota e Hyundai. Con circa 4.400 vetture in servizio, la scelta di Elbit assume un peso che va ben oltre la singola impresa.
Il cambiamento era iniziato già nei mesi precedenti all’interno dell’IDF. Le prime restrizioni avevano riguardato le basi dell’intelligence, per poi essere estese a tutte le installazioni militari. Oggi le auto costruite in Cina vengono progressivamente ritirate anche dalle flotte assegnate agli ufficiali di carriera. Già nel 2025 il Times of Israel aveva riferito del divieto di ingresso dei veicoli cinesi nelle basi militari, precisando che circa settecento automobili, in gran parte SUV ibridi plug-in Chery Tiggo 8 Pro, erano interessate dal provvedimento.
Anche Rafael Advanced Defense Systems, uno dei principali gruppi dell’industria militare israeliana, avrebbe intrapreso la stessa strada. Dopo avere acquistato in passato alcuni modelli del costruttore Chery, l’azienda li starebbe sostituendo gradualmente con veicoli prodotti da case automobilistiche di altri Paesi.
Alla base di queste decisioni non vi sono prove pubbliche che dimostrino attività di spionaggio attraverso automobili cinesi utilizzate in Israele. La valutazione degli organismi di sicurezza riguarda piuttosto le capacità tecnologiche di questi mezzi. Le vetture di ultima generazione integrano telecamere ad alta definizione, microfoni, sensori, sistemi GPS, connessioni cellulari, Bluetooth, Wi-Fi e software che raccolgono continuamente dati sul veicolo, sull’ambiente circostante e sugli spostamenti. Quando un’automobile entra quotidianamente in una base dell’aeronautica, in un centro di ricerca militare o in un impianto industriale strategico, quelle informazioni assumono inevitabilmente un valore molto diverso rispetto all’utilizzo civile.
Il dibattito israeliano si inserisce in un contesto internazionale sempre più attento alla sicurezza delle tecnologie connesse. Nel gennaio 2025 il dipartimento del Commercio degli Stati Uniti ha adottato nuove restrizioni sui componenti hardware e software dei veicoli intelligenti provenienti dalla Cina e dalla Russia, sottolineando che un eventuale accesso ostile alle catene di fornitura potrebbe consentire la raccolta di dati sensibili oppure, in casi estremi, interferenze sui sistemi del veicolo.
Anche il Pentagono ha contribuito ad alimentare le preoccupazioni. Nel giugno 2026 il ministero della Difesa statunitense ha inserito il colosso automobilistico BYD nell’elenco delle aziende considerate collegate alla base industriale della difesa cinese attraverso la strategia della cosiddetta “fusione militare-civile”. Il provvedimento non costituisce un’accusa di spionaggio né dimostra che i veicoli BYD abbiano svolto attività illecite, ma rafforza l’attenzione con cui diversi governi stanno osservando il settore.
A rendere ancora più delicata la questione contribuisce la legislazione cinese. L’articolo 7 della Legge nazionale sull’intelligence stabilisce infatti che organizzazioni e cittadini devono sostenere e collaborare con le attività di intelligence dello Stato secondo quanto previsto dalla legge. È proprio questa disposizione che viene spesso richiamata dagli analisti occidentali quando valutano i possibili rischi legati alle aziende tecnologiche cinesi.
Per Israele il problema presenta anche un risvolto pratico. I marchi cinesi hanno conquistato una quota rilevante del mercato automobilistico nazionale, soprattutto nel settore delle auto elettriche e ibride plug-in, dove le alternative risultano ancora limitate. Nei primi quattro mesi del 2025 le case automobilistiche cinesi hanno rappresentato la quota maggiore delle importazioni di autovetture nel Paese, rendendo molto difficile una sostituzione rapida dell’intero parco veicoli.
Nel frattempo le decisioni vengono prese caso per caso. La polizia israeliana avrebbe già avviato la progressiva dismissione dei modelli cinesi, mentre altre società pubbliche, fra cui Mekorot e la Israel Electric Corporation, stanno riesaminando le proprie flotte. Il ministero dei Trasporti lavora da anni a una normativa sulla cybersicurezza dei veicoli, ma il progetto non è ancora diventato legge.
Il risultato è una situazione destinata a incidere soprattutto su chi opera nel settore della difesa. Un’automobile perfettamente legale e diffusissima sulle strade israeliane può oggi essere considerata indesiderata davanti al cancello di una base militare, perché nella guerra dell’intelligence anche un parcheggio può trasformarsi in un punto vulnerabile.

