Il 7 ottobre 2023 potrebbe non essere stato terrorismo. A pronunciare parole destinate a scuotere ancora una volta il dibattito politico francese è stato Jean-Luc Mélenchon, leader della France Insoumise e candidato alle elezioni presidenziali del 2027, che davanti al tribunale di Parigi ha rimesso in discussione la qualificazione giuridica e politica del massacro compiuto da Hamas contro Israele, provocando un’immediata ondata di reazioni.
Mélenchon si trovava davanti al tribunale per sostenere Anasse Kazib, esponente della sinistra radicale francese processato con l’accusa di apologia del terrorismo dopo aver espresso pubblicamente il proprio sostegno agli attacchi del 7 ottobre. Interpellato dai giornalisti, il leader della France Insoumise ha difeso la posizione del suo movimento con una dichiarazione che ha rapidamente monopolizzato il confronto politico.
«È piuttosto stupido pensare che tra noi ci siano persone che gioiscono del terrorismo, ammesso che gli atti di cui stiamo parlando siano davvero terrorismo», ha affermato. Poi ha aggiunto una frase destinata a pesare ancora di più nel dibattito pubblico: «La questione della forma di resistenza che si oppone a un’oppressione è materia di discussione».
Parole che, di fatto, rimettono in discussione la definizione comunemente attribuita agli attacchi del 7 ottobre, durante i quali i terroristi di Hamas uccisero circa 1.200 persone nel sud di Israele, in larga parte civili, sequestrando inoltre 251 ostaggi. L’Unione europea, gli Stati Uniti, il Regno Unito, la Germania, l’Italia e la Francia stessa considerano Hamas un’organizzazione terroristica e hanno definito il massacro del 7 ottobre un attacco terroristico.
Le dichiarazioni di Mélenchon si inseriscono in una lunga serie di controversie che hanno accompagnato la posizione della France Insoumise dopo il massacro. Già nelle ore successive agli attacchi del 2023 il partito aveva evitato di qualificare Hamas come organizzazione terroristica, suscitando forti critiche sia da parte della maggioranza sia di numerosi esponenti della sinistra francese.
Ad alimentare ulteriormente la polemica sono arrivate le parole del giornalista ed editorialista Paul Amar, intervenuto ai microfoni di Radio J. Amar ha definito «la foto della vergogna» quella che ritrae Suzette Bloch, nipote dello storico della Resistenza Marc Bloch, insieme a Mélenchon durante la recente cerimonia per il trasferimento al Panthéon dello storico francese.
«L’omaggio è stato completamente rovinato», ha dichiarato Amar, accusando il leader della France Insoumise di nutrire «un’ossessione patologica nei confronti degli ebrei». Il giornalista ha poi rincarato la dose sostenendo che «Jean-Luc Mélenchon è l’alleato oggettivo di Hamas, di Hezbollah, dei Fratelli Musulmani e di Teheran», aggiungendo che la sua presenza alla cerimonia ufficiale rappresentava, a suo giudizio, «un veleno per la vita pubblica francese».
Le accuse di Amar rappresentano una valutazione politica personale e si inseriscono nel clima sempre più teso che attraversa la Francia sul conflitto mediorientale, sull’antisemitismo e sul linguaggio utilizzato per descrivere il terrorismo jihadista. Il dibattito è destinato a proseguire anche nelle aule giudiziarie e nel confronto politico, mentre le parole pronunciate da Mélenchon rischiano di diventare uno dei temi più controversi della campagna verso le presidenziali del prossimo anno.

