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L’ostaggio davanti all’Onu che negava gli stupri del 7 ottobre

Ilana Gritzewsky affronta a Ginevra la relatrice speciale Reem Alsalem e racconta le violenze subite durante la prigionia nelle mani di Hamas chiedendo una domanda semplice e devastante: «Adesso ci credete?»

Rosa Davanzo

Tempo di Lettura: 4 min
L’ostaggio davanti all’Onu che negava gli stupri del 7 ottobre

«Guardatemi. Adesso ci credete?». In quella domanda rivolta direttamente a una funzionaria delle Nazioni Unite c’era il peso di quasi tre anni di dolore, di testimonianze ignorate e di una battaglia che molte delle vittime del 7 ottobre continuano a combattere anche dopo essere sopravvissute. Ilana Gritzewsky, ex ostaggio di Hamas, si è presentata al Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite a Ginevra e ha raccontato ancora una volta ciò che le è accaduto durante la cattura e la prigionia, scegliendo però questa volta di rivolgersi direttamente a chi ha messo in dubbio le prove delle violenze sessuali commesse dai terroristi palestinesi.

La sua interlocutrice era Reem Alsalem, relatrice speciale delle Nazioni Unite sulla violenza contro le donne, presente in sala durante la sessione. Nel novembre 2025 Alsalem aveva sostenuto che nessuna indagine indipendente avesse trovato prove degli stupri commessi durante l’attacco del 7 ottobre 2023. Una dichiarazione che aveva suscitato forti polemiche, poiché già da tempo esistevano rapporti, testimonianze e inchieste internazionali che documentavano abusi sessuali perpetrati sia durante il massacro sia durante la successiva detenzione degli ostaggi a Gaza.

Davanti ai delegati internazionali, Gritzewsky ha scelto parole che non lasciavano spazio a interpretazioni. «Il 7 ottobre e durante la prigionia le donne ebree sono state stuprate, abusate e umiliate. E voi avete scelto il silenzio e la negazione». Poi ha aggiunto: «Non sono un rapporto, non sono una statistica. Sono una donna sopravvissuta. Sono la prova vivente della violenza sessuale di Hamas».

La sua testimonianza è stata tra i momenti più forti dell’intera sessione. Gritzewsky ha raccontato di essere stata sequestrata dal kibbutz Nir Oz durante l’assalto dei terroristi. Ha ricordato di essersi risvegliata seminuda circondata da uomini armati, senza sapere esattamente cosa fosse accaduto nei momenti precedenti. Ha descritto settimane di paura, umiliazione e sofferenza che continuano ancora oggi a perseguitarla.
«Sono tornata con un’anca fratturata, la mascella rotta e l’anima segnata», ha dichiarato. La liberazione, avvenuta nel novembre 2023 nell’ambito del primo accordo sugli ostaggi, non ha cancellato il trauma. Ogni sirena antiaerea, ogni allarme missilistico, ogni nuova escalation militare la riporta mentalmente a quei giorni.

Particolarmente duro è stato il passaggio rivolto direttamente alla funzionaria dell’Onu. «Per favore, guardatemi. Adesso ci credete? Chiederete scusa?». Una domanda che è rimasta senza una risposta pubblica immediata ma che ha colpito profondamente molti osservatori presenti.
Le parole di Gritzewsky si inseriscono in un contesto ormai ampiamente documentato. Nel marzo 2024 Pramila Patten, rappresentante speciale del segretario generale delle Nazioni Unite per la violenza sessuale nei conflitti, concluse dopo una missione in Israele che esistevano ragionevoli motivi per ritenere che stupri e violenze sessuali fossero stati commessi il 7 ottobre. Lo stesso rapporto indicava un livello di evidenza ancora più consistente riguardo agli abusi subiti dagli ostaggi durante la prigionia a Gaza.

Negli ultimi due anni altre ex vittime hanno deciso di raccontare pubblicamente la propria esperienza. Amit Soussana fu la prima a descrivere dettagliatamente le aggressioni sessuali subite durante la detenzione. Successivamente sono emerse ulteriori testimonianze, comprese quelle di altri ostaggi rilasciati e di persone che hanno raccolto prove sui luoghi del massacro.

Anche il Dinah Project, gruppo indipendente composto da giuristi ed esperti israeliani, ha pubblicato un rapporto che descrive violenze sessuali diffuse e sistematiche in almeno sei località attaccate da Hamas il 7 ottobre. Il dossier raccoglie testimonianze di soccorritori, operatori delle unità forensi, membri delle forze di sicurezza e altri testimoni oculari.

La presenza di Ilana Gritzewsky a Ginevra assume un valore che va oltre la sua vicenda personale. Da mesi molte delle vittime e delle loro famiglie denunciano una profonda disparità di attenzione internazionale. Sostengono che il mondo abbia mostrato una grande disponibilità a credere alle accuse rivolte contro Israele e una sorprendente riluttanza ad ascoltare le donne israeliane che raccontano ciò che hanno subito.
Per questo la scena che si è svolta al Palazzo delle Nazioni ha avuto una forza particolare. Da una parte una funzionaria delle Nazioni Unite accusata di avere minimizzato o ignorato prove già disponibili. Dall’altra una donna sopravvissuta che ha deciso di trasformare il proprio trauma in una testimonianza pubblica.

Alla fine, più ancora delle statistiche, dei rapporti e delle dispute diplomatiche, è rimasta l’immagine di una ex ostaggio che guarda negli occhi chi ha dubitato e chiede una sola cosa: essere ascoltata.