L’esercito israeliano ha annunciato di avere eliminato uno dei comandanti della forza d’élite Nukhba di Hamas che partecipò direttamente al massacro del kibbutz Nir Oz il 7 ottobre 2023. La notizia ha suscitato immediate reazioni tra alcuni degli ex ostaggi sopravvissuti alla prigionia a Gaza e tra le famiglie delle vittime, che vedono nell’uccisione del terrorista una forma di giustizia, pur nella consapevolezza che nessuna operazione potrà cancellare quanto accaduto.
Secondo quanto comunicato dalle Forze di difesa israeliane (IDF), nella notte tra sabato e domenica un attacco aereo nel sud della Striscia di Gaza ha ucciso Salem Gamal Abdel Rahman Abu Lebed, comandante di una cellula della Nukhba. L’esercito afferma che Abu Lebed partecipò all’assalto contro il kibbutz Nir Oz, una delle comunità israeliane più devastate durante il massacro del 7 ottobre.
Nella stessa serie di operazioni è stato eliminato anche Muhammad Abdel Nasser Muhammad Khatib, comandante del battaglione di al-Maghazi di Hamas. Secondo l’IDF, entrambi erano coinvolti negli ultimi mesi nella preparazione di nuovi attacchi contro le forze israeliane impegnate nella Striscia.
Tra le prime a reagire è stata Romi Gonen, rapita al festival Nova il 7 ottobre e liberata dopo 471 giorni di prigionia. In un messaggio pubblicato sui social ha identificato Abu Lebed come uno dei terroristi che la tennero sequestrata nei primi giorni della cattività.
«Guardatelo», ha scritto accanto alla fotografia del comandante ucciso. «È il primo terrorista che ha distrutto la mia innocenza, che ha contaminato la mia anima. Quattro giorni dopo il mio arrivo a Gaza entrò nella doccia mentre mi stavo lavando. Oggi quel terrorista è all’inferno e io sono qui, viva. La sua morte non cancellerà nulla, ma sono certa che nei suoi confronti sia stata fatta giustizia. Fino all’ultimo di loro».
Lo scorso dicembre Romi Gonen aveva raccontato pubblicamente, con grande coraggio, di avere subito durante i suoi 471 giorni di prigionia quattro distinti episodi di violenza sessuale da parte di quattro diversi terroristi di Hamas.
Anche Adi Marciano, madre della sergente Noa Marciano, rapita il 7 ottobre e assassinata durante la prigionia a Gaza, ha commentato la notizia. «Ogni comunicazione di questo genere ci riporta al momento in cui la nostra vita si è fermata», ha dichiarato. «Ci ricorda l’enorme crudeltà inflitta a Noa e quante persone abbiano scelto di prendervi parte. Nulla ci restituirà nostra figlia. Nessuna operazione potrà riportare il suo sorriso, la sua risata e la vita che le è stata strappata. Il dolore e la sua assenza ci accompagneranno per sempre».
La madre della giovane soldatessa ha però espresso gratitudine alle forze di sicurezza israeliane. «Ringraziamo i soldati dell’IDF e tutti coloro che continuano ad agire con determinazione e coraggio per rendere giustizia e proteggere i cittadini di Israele. Sapere che chi ha partecipato a quell’orrore non potrà più fare del male ad altre persone non attenua il nostro dolore, ma dà almeno la sensazione che una forma di giustizia sia stata compiuta».
Nir Oz è diventato uno dei simboli del 7 ottobre. Circa un quarto dei suoi abitanti fu ucciso o rapito durante l’attacco di Hamas. Decine di civili vennero assassinati nelle loro case, mentre numerosi ostaggi furono trascinati nella Striscia di Gaza, tra cui membri della famiglia Bibas e molti altri residenti divenuti il simbolo della tragedia.
La forza Nukhba rappresenta il reparto scelto delle Brigate Ezzedin al-Qassam, il braccio armato di Hamas. Addestrata per infiltrazioni, incursioni e operazioni speciali, fu protagonista degli assalti contro kibbutz, basi militari e centri abitati israeliani il 7 ottobre 2023. Da allora Israele considera l’eliminazione dei suoi comandanti una delle priorità della campagna militare.
Le autorità israeliane sostengono che colpire sistematicamente gli organizzatori e gli esecutori del massacro serva a ridurre la capacità operativa di Hamas e a impedire nuovi attacchi. Per chi è sopravvissuto alla prigionia o ha perso un familiare, tuttavia, ogni nome cancellato dagli organigrammi dell’organizzazione terroristica ha soprattutto un significato personale: non restituisce le vittime, ma rappresenta almeno un frammento di giustizia.