Home > Attualità > Scommesse e criptovalute. Quando l’Iran gioca d’azzardo

Scommesse e criptovalute. Quando l’Iran gioca d’azzardo

Un’inchiesta collega migliaia di siti di scommesse online, criptovalute e Guardiani della Rivoluzione in un sistema che avrebbe movimentato almeno quattro miliardi di dollari attraverso Dubai

Alessandro Carmi

Tempo di Lettura: 4 min
Scommesse e criptovalute. Quando l’Iran gioca d’azzardo

Il gioco d’azzardo è proibito dalla legge iraniana e può essere punito con il carcere e le frustate. Eppure, secondo una vasta inchiesta di Reuters, proprio una delle più grandi reti clandestine di scommesse online sarebbe diventata uno degli strumenti utilizzati dal regime per aggirare le sanzioni internazionali e movimentare miliardi di dollari attraverso il mercato delle criptovalute. Un sistema che, secondo gli investigatori, avrebbe visto un ruolo centrale dei Guardiani della Rivoluzione islamica (IRGC), il potente apparato militare ed economico che rappresenta uno dei pilastri della Repubblica islamica.

Al centro dell’inchiesta compare Shelbit, una piattaforma di scambio di criptovalute priva di licenza con sede a Dubai. Analizzando dati blockchain, documenti giudiziari e decine di testimonianze, Reuters ricostruisce un flusso finanziario che, dal maggio 2024, avrebbe movimentato almeno quattro miliardi di dollari. Tra i principali clienti della piattaforma figurerebbe una galassia composta da oltre duemila siti di gioco d’azzardo in lingua persiana, promossi da influencer molto popolari e accessibili anche dall’interno dell’Iran, nonostante il divieto imposto dalla legislazione del Paese.

Secondo la ricostruzione, il denaro proveniente dalle scommesse verrebbe convertito in criptovalute e trasferito attraverso Shelbit verso circuiti finanziari internazionali, consentendo a soggetti colpiti dalle sanzioni di accedere ai mercati globali. I ricercatori citati da Reuters sostengono che la piattaforma abbia avuto rapporti diretti con la Banca centrale iraniana, con portafogli digitali riconducibili ai Guardiani della Rivoluzione e con Nobitex, il principale exchange iraniano recentemente sanzionato dagli Stati Uniti per i suoi presunti legami con il governo di Teheran.

L’indagine descrive un meccanismo sofisticato. I Guardiani della Rivoluzione avrebbero progressivamente assunto il controllo del settore del gioco d’azzardo online, trasformandolo in uno strumento finanziario. Ex funzionari iraniani e persone che in passato hanno collaborato con gli apparati di sicurezza raccontano che, quando un’attività economica diventa abbastanza redditizia, l’IRGC tende a prenderne il controllo diretto o indiretto. Nel caso delle scommesse online, il vantaggio sarebbe duplice: generare profitti e creare canali alternativi per trasferire fondi fuori dall’Iran aggirando il sistema bancario internazionale.

Tra i volti pubblici della rete figurano Sasha Sobhani, figlio di un ex ambasciatore iraniano, e l’influencer Pooyan Mokhtari, entrambi seguiti da milioni di persone sui social. Ostentano automobili di lusso, jet privati e ville esclusive, promuovendo contemporaneamente piattaforme di gioco. Entrambi respingono qualsiasi accusa di riciclaggio, finanziamento del terrorismo o collaborazione con il regime. Reuters, tuttavia, evidenzia come numerose caratteristiche tecniche colleghino i siti da loro pubblicizzati a un’unica infrastruttura digitale.

L’inchiesta rivela inoltre che l’Autorità per la regolamentazione degli asset virtuali di Dubai (VARA) ha avviato un’indagine su Shelbit e ha ordinato la cessazione immediata delle attività prive di autorizzazione, contestando possibili violazioni delle norme contro il riciclaggio di denaro e il finanziamento del terrorismo. Anche il Dipartimento del Tesoro statunitense ha confermato di considerare con la massima attenzione le informazioni emerse.

Uno degli aspetti più significativi riguarda il ruolo delle criptovalute nella strategia economica della Repubblica islamica. Negli ultimi anni l’Iran ha investito anche nel mining di bitcoin, legalizzando l’attività nel 2019 e utilizzandola come fonte di valuta digitale in grado di aggirare le restrizioni imposte dal sistema finanziario occidentale. Secondo gli esperti citati nell’inchiesta, una parte delle criptovalute passate attraverso Shelbit proverrebbe proprio da operazioni di mining riconducibili all’Iran.

Particolarmente delicato è anche il coinvolgimento di Binance, il maggiore exchange di criptovalute al mondo. I dati analizzati da Reuters indicano che almeno 676 milioni di dollari sarebbero transitati da Shelbit verso Binance. La società afferma di avere applicato le proprie procedure di controllo, di avere congelato gli account sospetti e di aver collaborato con le autorità, sostenendo che le transazioni non erano state inizialmente classificate come ad alto rischio.

L’inchiesta offre uno spaccato inedito del modo in cui il regime iraniano avrebbe trasformato un’attività ufficialmente proibita in uno strumento economico e geopolitico. «L’ideologia è il marchio dei Guardiani della Rivoluzione, il profitto è il loro modello di business», sintetizza Miad Maleki, ex responsabile delle politiche americane contro l’elusione delle sanzioni iraniane. Una frase che riassume il paradosso descritto da Reuters: dichiarare illegale un’attività, controllarla dall’interno e utilizzare il mercato nero come leva per finanziare il sistema di potere della Repubblica islamica.