Il Parlamento europeo ha deciso di compiere un passo che fino a poco tempo fa sembrava impensabile e ha approvato una risoluzione nella quale invita l’Unione europea a valutare sanzioni mirate contro il ministro della Giustizia turco Akın Gürlek. Il voto, pur privo di effetti immediati sul piano giuridico, rappresenta il segnale politico più duro inviato da Bruxelles ad Ankara negli ultimi anni e arriva in un momento particolarmente delicato, quando Recep Tayyip Erdogan si prepara a ospitare il vertice della NATO e, tra pochi mesi, la conferenza delle Nazioni Unite sul clima ad Antalya.
La risoluzione descrive la Turchia come un Paese che procede verso un sistema «pienamente autoritario» e individua in Gürlek uno dei protagonisti dell’apparato repressivo dello Stato. Prima della nomina a ministro della Giustizia, avvenuta nel febbraio scorso, Gürlek era procuratore capo di Istanbul e proprio durante quel periodo guidò le inchieste contro Ekrem İmamoglu, sindaco della metropoli sul Bosforo e principale avversario politico di Erdogan. L’arresto di İmamoglu nel marzo 2025 provocò manifestazioni di massa e una nuova ondata di accuse rivolte al governo turco per l’utilizzo della magistratura come strumento di lotta politica, accuse che Ankara ha sempre respinto rivendicando la piena indipendenza dei tribunali.
Il testo approvato dall’assemblea di Strasburgo chiede all’Alta rappresentante per la politica estera dell’Unione europea, Kaja Kallas, di prendere in considerazione il ricorso al regime europeo di sanzioni per le violazioni dei diritti umani, che potrebbe tradursi nel congelamento di eventuali beni presenti nell’Unione e in restrizioni agli spostamenti. La procedura, tuttavia, richiederebbe il consenso unanime dei ventisette governi dell’Unione e proprio questo rende improbabile un’applicazione rapida delle misure, anche perché la Turchia continua a rappresentare un partner strategico per la sicurezza europea, la gestione dei flussi migratori e gli equilibri dell’Alleanza Atlantica.
La relazione del Parlamento europeo va ben oltre il caso Gürlek. I deputati denunciano il progressivo deterioramento dello Stato di diritto, il crescente controllo esercitato sull’opposizione, le limitazioni alla libertà di stampa e le continue pressioni sulle amministrazioni locali guidate dai partiti avversari dell’AKP. Il documento sostiene inoltre che il processo di adesione della Turchia all’Unione europea rimanga sostanzialmente congelato proprio a causa dell’arretramento sul terreno delle libertà fondamentali e dell’indipendenza della magistratura.
La risoluzione dedica spazio anche alla politica estera di Ankara. Il Parlamento europeo critica il sostegno fornito dalla Turchia a Hamas, ricorda che il governo turco non ha condannato esplicitamente il massacro del 7 ottobre e denuncia le tensioni sempre più frequenti con due Stati membri dell’Unione, Grecia e Cipro. Bruxelles contesta inoltre le rivendicazioni marittime avanzate da Ankara nel Mediterraneo orientale e giudica inaccettabile l’esclusione di Cipro dai preparativi del prossimo vertice ONU sul clima, nonostante Nicosia eserciti la presidenza di turno del Consiglio dell’Unione europea.
La risposta turca è arrivata poche ore dopo il voto. Il ministero degli Esteri ha definito il rapporto un documento politico costruito su accuse infondate e ha respinto ogni tentativo di interferenza nelle decisioni della magistratura nazionale. Secondo Ankara, il Parlamento europeo avrebbe ceduto alle pressioni di ambienti ostili alla Turchia, ignorando il principio della sovranità nazionale e il funzionamento della giustizia turca.
Il confronto resta quindi aperto. Sul piano pratico la risoluzione non modifica i rapporti tra Bruxelles e Ankara, ma sul piano politico segna un passaggio importante, perché fotografa una crescente distanza tra l’Unione europea e un alleato della NATO che continua a essere indispensabile per molti dossier strategici. È una contraddizione che l’Occidente dovrà affrontare nei prossimi mesi, mentre Erdogan si presenterà ai grandi appuntamenti internazionali con il peso di un giudizio che, almeno nelle istituzioni europee, appare sempre più severo.

