Home > Attualità > Sondaggi. Uno su due: gli Stati Uniti troppo pro-Israele

Sondaggi. Uno su due: gli Stati Uniti troppo pro-Israele

Il consenso verso l’alleato mediorientale cala soprattutto tra democratici e indipendenti mentre la maggioranza giudica negativamente la guerra contro l’Iran

Rosa Davanzo

Tempo di Lettura: 4 min
Sondaggi. Uno su due: gli Stati Uniti troppo pro-Israele

Quasi un elettore americano su due ritiene che gli Stati Uniti sostengano eccessivamente Israele. È il dato più alto registrato negli ultimi nove anni dal Quinnipiac University Poll e rappresenta uno dei segnali più evidenti del cambiamento che sta attraversando l’opinione pubblica americana, dove il conflitto mediorientale continua a pesare sempre di più sulle scelte politiche, soprattutto all’interno dell’elettorato democratico.

Secondo il sondaggio, pubblicato mercoledì e realizzato tra il 18 e il 22 giugno su un campione di 1.165 elettori registrati, il 48 per cento degli intervistati ritiene che Washington sia “troppo favorevole” a Israele. Soltanto il 38 per cento considera l’attuale livello di sostegno adeguato, mentre appena il 7 per cento vorrebbe un appoggio ancora maggiore. Si tratta della percentuale più elevata da quando Quinnipiac ha iniziato a porre questa domanda nel 2017.

Il dato cambia profondamente in base all’appartenenza politica. Fra gli elettori democratici due persone su tre, il 66 per cento, ritengono eccessivo il sostegno americano a Israele. Appena il 18 per cento lo considera appropriato e soltanto il 9 per cento vorrebbe un impegno ancora più marcato. Sul fronte repubblicano la situazione è quasi speculare. Il 69 per cento ritiene che la posizione degli Stati Uniti sia corretta, appena il 20 per cento la giudica eccessiva e il 6 per cento vorrebbe un sostegno più forte. Gli indipendenti si collocano più vicini ai democratici: il 55 per cento pensa che Washington stia facendo troppo per Israele.

L’indagine arriva in un momento politicamente delicato. Soltanto ventiquattr’ore prima della pubblicazione dei risultati, nelle primarie democratiche di New York tre candidati molto critici verso Israele, fra i quali due apertamente antisionisti, hanno ottenuto importanti vittorie per la Camera dei rappresentanti. Parallelamente, anche candidati tradizionalmente vicini alle posizioni filoisraeliane hanno mantenuto una certa distanza dall’American Israel Public Affairs Committee (AIPAC), segnale di un clima politico profondamente mutato rispetto agli anni precedenti.

Il sondaggio affronta anche il tema della guerra contro l’Iran e restituisce un quadro altrettanto netto. Il 60 per cento degli intervistati ritiene che l’intervento militare americano “non sia valso la pena”, mentre soltanto il 34 per cento esprime un giudizio positivo. Anche in questo caso la divisione segue fedelmente gli schieramenti politici. Il 93 per cento dei democratici considera la guerra un errore, posizione condivisa dal 66 per cento degli indipendenti. I repubblicani, invece, sostengono in larga maggioranza l’intervento: il 75 per cento lo giudica giustificato.

L’accordo raggiunto il 17 giugno fra Washington e Teheran, che ha aperto un periodo di sessanta giorni di negoziati senza prevedere l’abbandono del programma nucleare iraniano, convince poco gli elettori. Il 59 per cento dichiara di avere scarsa o nessuna fiducia nella possibilità che l’intesa produca risultati concreti, mentre il 61 per cento ritiene probabile che l’Iran riesca comunque a sviluppare un’arma nucleare.
Un altro dato merita attenzione. Alla domanda su quali temi influenzeranno maggiormente il voto per il rinnovo della Camera dei rappresentanti, il conflitto israelo-palestinese viene indicato dal 41 per cento degli intervistati. Si colloca così davanti a questioni molto presenti nel dibattito americano, come l’intelligenza artificiale e i data center, entrambi al 38 per cento, e persino alla figura di Donald Trump, anch’essa ferma al 38 per cento. Restano in cima alla graduatoria il costo della vita, indicato dal 70 per cento degli elettori, e l’assistenza sanitaria, al 59 per cento.

Il sondaggio registra anche un deterioramento dell’immagine personale del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu. Il 48 per cento degli intervistati dichiara di avere un’opinione sfavorevole nei suoi confronti, mentre soltanto il 20 per cento esprime un giudizio positivo. Un ulteriore 30 per cento afferma di non conoscerlo abbastanza da poter formulare una valutazione.

Questi numeri non indicano un improvviso ribaltamento dell’alleanza tra Washington e Gerusalemme, che continua a poggiare su solide basi strategiche, militari e tecnologiche condivise dai due governi. Fotografano però un cambiamento culturale che attraversa soprattutto una parte consistente dell’elettorato democratico e indipendente e che potrebbe influenzare in misura crescente il dibattito politico americano, le campagne elettorali e, nel tempo, anche il margine di manovra della Casa Bianca nei confronti di Israele.