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Washington. Rischio di una nuova Mamdani

Janeese Lewis George favorita nelle primarie della capitale Usa tra accuse di ostilità al sionismo e timori per i rapporti con la comunità ebraica

Paolo Montesi

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Washington. Rischio di una nuova Mamdani

Le elezioni municipali di Washington rischiano di trasformarsi nell’ennesimo terreno di scontro attorno a Israele, al sionismo e ai rapporti tra il Partito Democratico e una parte crescente dell’elettorato ebraico americano. I risultati preliminari delle primarie democratiche indicano infatti Janeese Lewis George nettamente avanti rispetto al rivale moderato Kenyan McDuffie, una prospettiva che sta già provocando inquietudine in diversi ambienti della comunità ebraica della capitale federale.

Secondo i dati diffusi dopo il voto, Lewis George avrebbe raccolto circa il 53 per cento delle preferenze, lasciando McDuffie al 37 per cento. Il conteggio ufficiale non è ancora concluso, ma la candidata progressista ha già celebrato quella che considera una vittoria politica destinata a cambiare il volto della città. In una Washington che da decenni vota in modo schiacciante per i democratici, il successo alle primarie viene spesso considerato il passaggio decisivo verso la conquista del municipio.

La consigliera comunale trentottenne viene ormai descritta da diversi osservatori come la “Mamdani di Washington”, un riferimento al sindaco di New York Zohran Mamdani, esponente dell’ala più a sinistra del partito e figura che ha suscitato forti polemiche per le sue prese di posizione sul conflitto israelo-palestinese. Il paragone non riguarda soltanto l’impostazione ideologica, ma anche il sostegno ricevuto dagli stessi circuiti politici progressisti che stanno acquisendo crescente influenza nelle grandi metropoli americane.

Le tensioni si concentrano soprattutto sulle posizioni assunte da Lewis George nei confronti del sionismo. Alcuni documenti interni collegati ai Democratic Socialists of America mostrerebbero infatti l’impegno della candidata a non partecipare a iniziative considerate favorevoli al sionismo e a evitare rapporti istituzionali con il governo israeliano o con organizzazioni identificate come sioniste. Proprio questo aspetto viene indicato dai suoi critici come il segnale di un atteggiamento discriminatorio nei confronti di una parte significativa della comunità ebraica americana, all’interno della quale il legame con Israele rappresenta spesso un elemento identitario fondamentale.

A rendere ancora più acceso il dibattito sono emerse nelle ultime settimane alcune vecchie pubblicazioni sui social media attribuite a Makiah Green, direttrice politica della campagna elettorale di Lewis George e figura centrale del suo staff. I messaggi, diffusi dopo il massacro del 7 ottobre 2023, contenevano espressioni estremamente aggressive contro Israele, sostegno al movimento BDS e condivisioni considerate favorevoli agli Houthi yemeniti impegnati negli attacchi contro lo Stato ebraico.

La candidata ha cercato di limitare i danni incontrando privatamente alcuni rabbini e rappresentanti della comunità ebraica locale. Tuttavia, secondo i suoi oppositori, questi colloqui non hanno dissipato le preoccupazioni, soprattutto perché Lewis George avrebbe evitato di chiarire pubblicamente la propria posizione sul sionismo e sul rapporto con Israele.

La vicenda riflette una trasformazione più ampia che attraversa il Partito Democratico. Negli ultimi anni il sostegno tradizionale a Israele, che per decenni aveva rappresentato un punto di consenso quasi trasversale nella politica americana, è diventato un tema divisivo, soprattutto tra gli elettori più giovani e negli ambienti progressisti. Le conseguenze di questo cambiamento si stanno manifestando con particolare evidenza nelle grandi città governate dai democratici, dove l’attivismo pro-palestinese esercita una pressione crescente sulle amministrazioni locali.

Per molti ebrei americani la questione va oltre la politica estera. Il timore riguarda il rischio che il sionismo venga progressivamente trasformato in un marchio di esclusione dalla vita pubblica e civile, con effetti che finiscono per coinvolgere una larga parte della popolazione ebraica. È proprio questa percezione che spiega l’attenzione con cui Washington, ben oltre i suoi confini cittadini, sta osservando il possibile successo di Janeese Lewis George.