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La Sapienza e il rischio del test ideologico

Chiedere ai candidati rettori di aderire a una precisa lettura del conflitto israelo-palestinese mette in gioco libertà della ricerca, pluralismo e autonomia dell’università

Claudia Tedeschi

Tempo di Lettura: 7 min
La Sapienza e il rischio del test ideologico

C’è una domanda che dovrebbe preoccupare l’intera comunità accademica e la società civile: è accettabile valutare i candidati alla guida di un’università sulla base della loro adesione preventiva a una determinata interpretazione politica di un conflitto internazionale? È quanto rischia di accadere alla Sapienza. La lettera indirizzata dal Comitato Sapienza per la Palestina ai candidati alla carica di rettore non si limita, infatti, a sollecitare attenzione per la popolazione civile palestinese o a chiedere iniziative umanitarie. Propone di interrompere le collaborazioni con le università israeliane, di subordinare la cooperazione scientifica alle posizioni pubblicamente espresse dai singoli ricercatori e di assumere come riferimento istituzionale una precisa ricostruzione del conflitto israelo-palestinese. Prima ancora di entrare nel merito delle singole richieste, è questo il punto politico e culturale sul quale occorre riflettere. Ai candidati non si domanda come intendano difendere la libertà della ricerca, garantire il pluralismo, proteggere tutte le componenti dell’ateneo o sostenere concretamente gli studiosi provenienti dalle molte aree di guerra.

Si chiede loro, invece, di dimostrare la propria conformità a una determinata lettura del conflitto mediorientale. Un vero e proprio test ideologico.
Con un’ulteriore evidente asimmetria: tra i numerosi conflitti in corso e le molteplici violazioni dei diritti umani nel mondo, soltanto quello israelo-palestinese viene assunto come parametro decisivo per stabilire la legittimità politica di chi aspira a guidare l’università. L’ateneo dovrebbe essere esattamente il contrario: il luogo nel quale le idee, anche radicalmente diverse, possono confrontarsi senza che una di esse diventi la posizione ufficiale dell’istituzione. La funzione dell’università non è certificare una verità politica, piuttosto quella di favorire il confronto e lo scambio attraverso il metodo critico consci della complessità della conoscenza.

Proprio questa complessità sembra mancare nella lettera. La qualificazione di genocidio, per esempio, viene presentata come un dato definitivamente acquisito. Ma la Corte internazionale di giustizia non ha accertato che Israele abbia commesso un genocidio. Ha disposto misure provvisorie e riconosciuto la plausibilità dei diritti invocati dal Sudafrica, rinviando al giudizio di merito ogni accertamento definitivo. Non è una distinzione marginale. È la differenza tra un giudizio politico, una qualificazione giuridica, ancora controversa, e un fatto accertato da una sentenza. Proprio l’università dovrebbe essere il luogo nel quale queste categorie non vengono confuse.

Lo stesso rigore dovrebbe valere per la ricostruzione storica del conflitto. Attribuire le guerre degli ultimi mesi esclusivamente alle politiche israeliane degli ultimi 78 anni significa proporre una lettura fortemente riduttiva, che espunge dal quadro le guerre di aggressione contro Israele, il terrorismo, gli attentati suicidi, i ripetuti rifiuti, da parte delle autorità palestinesi, di proposte di pace e di condivisione del territorio, il controllo di Gaza da parte di Hamas dal 2007, migliaia di razzi lanciati nel corso di moltissimi anni contro i civili israeliani e, infine, il massacro del 7 ottobre 2023: il più grave eccidio di ebrei dalla Shoah. Una ricostruzione che ometta questi elementi restituisce inevitabilmente un quadro incompleto. Così come sarebbe incompleta una narrazione che ignorasse le sofferenze della reale popolazione civile palestinese. Ma la funzione dell’università è ricostruire la complessità, non selezionare i fatti compatibili con una tesi precostituita.

Anche il richiamo al diritto internazionale appare utilizzato in modo selettivo. Esso, infatti, impone obblighi a tutte le parti di un conflitto armato. Gli attacchi deliberati contro i civili, la presa di ostaggi e l’impiego della popolazione come scudo umano costituiscono gravi violazioni del diritto, indipendentemente da chi le commetta. Richiamarne soltanto alcune e tacere sulle altre significa trasformare il diritto internazionale da strumento giuridico ad argomento politico.

Il cuore della lettera rimane comunque la richiesta di interrompere le collaborazioni con le università israeliane e di ammettere alla cooperazione soltanto i ricercatori disposti a prendere pubblicamente le distanze dal proprio governo. È un criterio pericoloso. Significa giudicare studiosi e istituzioni non per la qualità della ricerca o per i comportamenti concretamente tenuti, ma per la loro nazionalità, appartenenza accademica o dichiarata posizione politica. Si finisce così per pretendere da docenti e ricercatori israeliani una sorta di dichiarazione preventiva di dissociazione, richiesta che non viene normalmente rivolta agli studiosi provenienti da altri Paesi coinvolti in guerre, repressioni o violazioni dei diritti umani.

Criticare il governo israeliano è pienamente legittimo. Una parte significativa della stessa società israeliana lo fa apertamente da anni. Ma le università non coincidono con i governi. Gli atenei israeliani sono, anzi, tra i luoghi nei quali il dissenso si manifesta con maggiore forza. Vi studiano e lavorano cittadini arabo-israeliani, palestinesi, oppositori del governo, studiosi impegnati nella tutela dei diritti umani e nella costruzione del dialogo. Colpire indiscriminatamente queste istituzioni significa indebolire proprio gli spazi nei quali il pluralismo, il confronto e la critica continuano a sopravvivere.

La libertà della ricerca, tutelata dall’articolo 33 della Costituzione, vive della cooperazione internazionale e della libera circolazione delle idee. La storia dell’università europea insegna che la risposta ai conflitti non è la chiusura dei rapporti scientifici, ma il loro rafforzamento. La scienza ha spesso rappresentato uno degli ultimi ponti rimasti aperti quando la politica e la diplomazia avevano già fallito.

L’articolo 11 della Costituzione, che ripudia la guerra come strumento di offesa e di risoluzione delle controversie internazionali, non attribuisce agli atenei il compito di sostituirsi allo Stato nella definizione della politica estera. Sanzioni, embarghi e sospensione delle relazioni internazionali competono agli organi costituzionali e alle organizzazioni sovranazionali, non alle università. Trasformare un ateneo in un soggetto di politica internazionale significherebbe alterarne profondamente la missione e subordinare la libertà scientifica alle maggioranze culturali o politiche del momento.

Anche la questione della ricerca a duplice uso (dual-use) richiede maggiore precisione. Informatica, medicina, intelligenza artificiale, fisica, chimica e telecomunicazioni possono avere applicazioni sia civili sia militari. Per questo gli ordinamenti democratici e le principali università non ricorrono a divieti generalizzati, ma a valutazioni indipendenti sui singoli progetti, basate sulla loro natura, sulle finalità e sui rischi concretamente individuabili.

Particolarmente preoccupante, infine, è l’idea secondo cui la neutralità dell’università equivalga a complicità. È vero, semmai, il contrario. La neutralità dell’università non significa indifferenza davanti alla guerra, alle vittime civili o alle violazioni del diritto internazionale. Significa rifiutare che una posizione politica, per quanto sostenuta e diffusa, diventi la posizione obbligatoria dell’ateneo. Significa garantire che studenti, docenti e ricercatori possano esprimere opinioni diverse senza essere sottoposti a esami di conformità ideologica.

L’università ha il dovere di promuovere la pace, il rispetto del diritto internazionale e la tutela dei diritti umani e Sapienza è tra le prime università ad essersi impegnata su questo fronte, con una governance molto attenta e con molteplici iniziative volte all’accoglienza di studiosi e ricercatori provenienti dalle tante zone del mondo in conflitto, Gaza compresa. Proprio per questo deve difendere con ancora maggiore fermezza ciò che la distingue da ogni altra istituzione: la libertà della ricerca, l’autonomia del sapere, il pluralismo culturale, il rifiuto delle discriminazioni e il metodo critico.

In un tempo dominato dalla polarizzazione, il pericolo non è il dissenso. Il pericolo è la pretesa che una sola interpretazione della realtà diventi verità ufficiale e criterio di legittimazione delle persone. Il compito dell’università non è sostituirsi alla politica. È preservare lo spazio nel quale anche il conflitto più duro possa essere affrontato e discusso senza trasformare l’avversario in un soggetto da delegittimare o espellere. La risposta dell’accademia alla guerra non deve essere di chiusura allo scambio, ma, al contrario di suo ampliamento, in difesa del pluralismo e della libertà delle idee, delle coscienze e delle conoscenze.