Centinaia di persone si sono riunite venerdì a Gerusalemme per ricordare Hersh Goldberg-Polin, il giovane israelo-americano rapito da Hamas il 7 ottobre 2023 e assassinato dai suoi carcerieri nella Striscia di Gaza nell’agosto 2024.
La cerimonia si è svolta nel cortile del centro comunitario di Baka, il quartiere di Gerusalemme dove Hersh era cresciuto e dove si trova la sinagoga frequentata dalla sua famiglia, Hakhel. C’erano i genitori, Rachel Goldberg-Polin e Jon Polin, le sorelle Leebie e Orly, gli amici, i vicini di casa e molti tifosi dell’Hapoel Gerusalemme, la squadra di calcio che Hersh seguiva con passione.
La commemorazione coincideva con il secondo anniversario della morte secondo il calendario ebraico. Hersh aveva 23 anni quando venne ucciso insieme ad altri cinque ostaggi — Almog Sarusi, Carmel Gat, Eden Yerushalmi, Alex Lobanov e Ori Danino — in un tunnel sotterraneo di Gaza. I sei furono assassinati a distanza ravvicinata dai loro carcerieri mentre i soldati israeliani, senza sapere che si trovassero lì, si stavano avvicinando alla zona.
Hersh era stato rapito il 7 ottobre durante l’attacco al festival Nova. Gravemente ferito, aveva perso parte del braccio sinistro per l’esplosione di una granata. Nei successivi undici mesi il suo volto era diventato uno dei simboli internazionali della battaglia per la liberazione degli ostaggi, anche grazie all’instancabile attività dei genitori, che avevano incontrato leader politici e parlato davanti a platee di tutto il mondo.
Ayelet Haas, amica della famiglia, ha ricordato che proprio nel luogo della commemorazione Hersh aveva trascorso buona parte della propria infanzia, giocando, pregando e festeggiando con la comunità. L’ultima volta era stata la sera del 6 ottobre 2023, durante Simchat Torah. Poche ore più tardi sarebbe partito per il Nova.
Le parole più dolorose sono state quelle della madre Rachel. Ha raccontato di vivere ormai in un tempo sospeso, come davanti a un orologio al quale sono cadute tutte le lancette. Poi ha parlato di quegli undici mesi trascorsi tentando ogni strada possibile per riportare a casa il figlio.
«Ci hai dato la possibilità di provare», ha detto rivolgendosi a Hersh. «Forse è stato proprio quel tentare a salvarci, anche se noi non siamo riusciti a salvare te».
Rachel ha ricordato la corsa disperata della famiglia e di quanti l’hanno accompagnata: le preghiere, le suppliche, le urla, le cadute, l’attesa. Alla fine resta una frase terribile nella sua semplicità: «Abbiamo fallito, ma ci abbiamo provato». E subito dopo il ringraziamento al figlio, perché era riuscito a restare vivo abbastanza a lungo da consentire loro di continuare a sperare.
Jon Polin ha parlato invece in ebraico della società israeliana e delle sue divisioni. Prima ancora di cercare l’unità, ha detto, occorre tornare ad ascoltarsi: «Proverò ad ascoltare quello che dici, anche se sono in disaccordo con te». Perché, ha aggiunto, «la comprensione viene prima della pace».
Poi si è rivolto direttamente al figlio: «Hersh, la rivoluzione resta l’obiettivo». È il riferimento alla frase diventata il motto della famiglia dopo la sua morte: May his memory be a revolution, che il suo ricordo sia una rivoluzione. Una rivoluzione della bontà, come l’hanno definita i Goldberg-Polin.
Alla cerimonia hanno suonato anche amici e tifosi dell’Hapoel, riuniti in un gruppo musicale nato in memoria di Hersh. Due esponenti della tifoseria hanno raccontato il suo legame profondo con Gerusalemme e promesso che continueranno a portare sulla sua tomba le nuove sciarpe e i simboli della squadra.
Le sorelle Leebie e Orly hanno ricordato infine qualcosa che la fama mondiale del fratello rischia quasi di far dimenticare: per milioni di persone Hersh Goldberg-Polin è diventato un volto del 7 ottobre e degli ostaggi. Per loro era semplicemente Hersh, il loro fratello.