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E via un altro

A Roma un giovane ebreo aggredito per due sere consecutive mentre indossava la kippah. Ogni volta il limite si sposta un po’ più avanti. E intorno cresce l’abitudine

Daniele Scalise

Tempo di Lettura: 5 min
E via un altro

Ventidue anni, francese, ebreo. Ha commesso l’imprudenza di passeggiare per Roma con una kippah in testa. Il 7 agosto, in piazza Cairoli, gli spruzzano spray urticante sul viso gridando «Free Palestine». Ventiquattr’ore dopo, a largo di Torre Argentina, lo circondano in quattro e lo prendono a calci. Lui riconosce fra gli aggressori lo stesso uomo della sera precedente. Ancora «Free Palestine». Un algerino di 31 anni è stato denunciato, gli altri vengono cercati dai carabinieri.

E via un altro.

È questa ormai la sensazione. Qualunque cosa accada, il giorno dopo sembra possibile qualcosa di peggio. Il limite viene spostato di qualche metro e nessuno lo rimette dov’era. Prima gli insulti. Poi le scritte. Poi le liste degli ebrei. Poi le mappe dei luoghi «sionisti». Poi le università nelle quali uno studente ebreo deve spiegare cosa pensa di Gaza prima di avere diritto alla parola. Poi le manifestazioni davanti alle sinagoghe. Poi le aggressioni. A Roma, ad aprile, era già stato aggredito un uomo riconoscibile dalla kippah. Adesso un ragazzo viene assalito due sere di seguito.

La presidente dell’UCEI Livia Ottolenghi aveva avvertito mesi fa che in Italia gli episodi di antisemitismo erano cresciuti del 400 per cento rispetto al 2022 e che si era passati dall’odio prevalentemente digitale alle aggressioni contro cose e persone. A giugno parlava di almeno due episodi al giorno dall’inizio dell’anno. Gli ebrei italiani, diceva, riescono a vivere una vita normale grazie alla protezione dello Stato. Scuole sorvegliate, grate, scorte, controlli. Nel 2026. In Italia.

Eppure continuiamo a stupirci. O fingiamo di farlo.

Victor Fadlun, presidente della Comunità ebraica di Roma, dopo l’aggressione ha usato parole che qualche anno fa sarebbero sembrate intollerabili: «È partita la caccia all’ebreo». Ha aggiunto di temere soprattutto l’indifferenza dell’opinione pubblica.
È esattamente lì che fa male.

Per anni mi sono chiesto come fosse stato possibile. Come avessero fatto i nostri padri e i nostri nonni, persone normali, persone che lavoravano, si innamoravano, portavano i bambini a scuola, leggevano il giornale, ad assistere al 1933, poi al 1934, al 1935, al 1936 e via via fino allo sterminio, quello – ahinoi – esatto. Come avessero potuto vedere il recinto stringersi intorno agli ebrei senza capire, oppure capendo benissimo e continuando ugualmente a cenare, andare al cinema, discutere d’altro.

Adesso lo capisco un po’ meglio.

L’indifferenza arriva per gradi. Si abitua. Ha sempre una spiegazione pronta. C’è una guerra. Ci sono i palestinesi. C’è Netanyahu. C’è Gaza. C’è qualcosa che consente di spostare per qualche minuto l’attenzione dall’uomo preso a calci alla politica di uno Stato distante migliaia di chilometri.

Il ragazzo di Roma, però, aveva una kippah. Quella era la sua colpa.
Ed è qui che «Free Palestine» cambia natura. Gridato mentre si manifesta per i palestinesi è uno slogan politico. Gridato mentre si spruzza spray urticante negli occhi di un ebreo diventa la colonna sonora di un’aggressione antisemita. Gridato mentre quattro persone prendono a calci un ragazzo perché lo hanno riconosciuto come ebreo significa una cosa semplicissima: quell’ebreo è stato trasformato in Israele e può dunque essere punito per Israele.

La cosa che più impressiona è la disinvoltura.

Si sentono autorizzati. Possono indicare un ebreo, seguirlo, insultarlo, censire i luoghi frequentati dagli israeliani, spiegargli dove può andare e dove sarebbe meglio che sparisse. Possono farlo conservando perfino la convinzione di stare dalla parte giusta della storia.
È questa una delle caratteristiche più inquietanti dell’antisemitismo di oggi. Ha una bella presenza. Si presenta con le parole dei diritti, della giustizia, della compassione. Ama i miserabili, purché siano i miserabili giusti. Per gli altri conserva una sorprendente riserva di crudeltà. E quando l’ebreo diventa il colpevole universale, anche prenderlo a calci può essere trasformato nella mente dell’aggressore in un gesto di liberazione.

Intorno, noi.

Scriviamo. Protestiamo. Discutiamo. Litighiamo, persino fra di noi, su quale parola usare, su quanto forte possiamo dirla, su quando diventa sconveniente alzare la voce. Facciamo quel poco, quel misero poco che possiamo fare mentre la marea sale.

E qualche volta ci sentiamo ridicoli.

Poi penso che proprio questo sarebbe l’errore peggiore. Considerare inutile parlare perché gli altri sono troppi, rumorosi, sicuri di sé. Credere che la marea sia invincibile perché oggi sembra esserlo.

Ne abbiamo già vista una che si credeva invincibile.

Questa è diversa. Ha altri simboli, altre parole, altri alleati. Sa fotografarsi meglio. Sa presentare l’odio come virtù e la discriminazione come coscienza morale. È capace di far sentire progressista chi chiede a un ebreo di nascondere la kippah.

Passerà anche questa. Verrà fermata, perché le società democratiche possiedono ancora gli strumenti per fermarla, se decidono di usarli.
La domanda è quanto dovremo lasciare accadere prima di deciderci.

Perché ieri era una scritta. Oggi è un ragazzo preso a calci nel centro di Roma.

E domani, di questo passo, rischiamo di dover scrivere ancora una volta la stessa frase.

E via un altro.