Dentro uno dei tumori più aggressivi e difficili da curare i ricercatori israeliani hanno trovato qualcosa che fino a ieri la scienza riteneva improbabile: cellule del sistema immunitario capaci di “ricordare” il cancro e di produrre anticorpi contro di esso. La scoperta arriva dal Weizmann Institute of Science di Rehovot e potrebbe aprire una strada completamente nuova nella lotta contro il tumore ovarico, una malattia che continua a essere tra le più letali in ambito ginecologico e che spesso viene diagnosticata troppo tardi, quando le possibilità di intervento si riducono drasticamente.
Lo studio, pubblicato sulla rivista scientifica Immunity, è stato guidato dal professor Ziv Shulman e dal dottor Nachum Nathan, immunologi del dipartimento di Systems Immunology del Weizmann Institute. Il gruppo di ricerca ha dimostrato per la prima volta che le cosiddette cellule B della memoria, note soprattutto per il loro ruolo nella risposta contro virus e batteri, riescono anche a riconoscere cellule tumorali ovariche e a produrre anticorpi diretti contro di esse. Una scoperta che, secondo gli stessi ricercatori, potrebbe diventare la base di futuri vaccini terapeutici contro il cancro.
“Se esistono cellule che ricordano il tumore e possiamo riattivarle con un vaccino, allora possiamo immaginare vaccini oncologici capaci di stimolare il sistema immunitario contro il cancro”, ha spiegato Shulman, parlando di “un approccio completamente nuovo” all’immunoterapia. Ed è proprio questo il punto più interessante del lavoro israeliano. Negli ultimi anni l’oncologia si è concentrata soprattutto sui linfociti T, considerati il principale strumento immunitario contro i tumori. Le cellule B sono rimaste in secondo piano, quasi ai margini della ricerca. Shulman, invece, ha seguito un’intuizione diversa già nel 2015, quando decise di studiare il ruolo degli anticorpi nella risposta contro il tumore ovarico.
Il cancro preso in esame è il carcinoma sieroso ovarico ad alto grado, indicato con la sigla HGSOC, la forma più comune e più aggressiva di tumore ovarico. Oggi la medicina ritiene che questo tumore abbia origine soprattutto nelle tube di Falloppio e non direttamente nelle ovaie. Le mutazioni genetiche BRCA1 e BRCA2 rappresentano il principale fattore di rischio conosciuto, e proprio su questo fronte la popolazione ebraica ashkenazita presenta una vulnerabilità statisticamente più elevata, dal momento che la presenza di queste mutazioni ereditarie è molto più frequente rispetto alla popolazione generale.
I ricercatori hanno analizzato campioni provenienti da undici pazienti in collaborazione con il Rabin Medical Center, confrontando le cellule presenti nei linfonodi e quelle individuate all’interno dei tumori. Ogni cellula B possiede una sorta di “codice identificativo” unico, una firma biologica riconoscibile. Il team israeliano ha scoperto che alcune cellule presenti nel tumore e nei linfonodi avevano esattamente la stessa origine. Significa che queste cellule immunitarie erano migrate verso il tumore mantenendo la capacità di produrre anticorpi specifici contro le cellule cancerose.
La fase successiva ha sorpreso gli stessi studiosi. Gli anticorpi prodotti artificialmente in laboratorio si sono legati in maniera molto efficace alle cellule tumorali ovariche. Secondo Shulman, oltre un terzo degli anticorpi isolati ha mostrato una forte capacità di riconoscimento del tumore. In altre parole, il sistema immunitario di alcune pazienti aveva già sviluppato spontaneamente strumenti biologici per combattere il cancro, anche se questi strumenti restavano inattivi o insufficienti per fermare la malattia.
Per la dottoressa Ruth Perets, responsabile del laboratorio di ricerca sui tumori femminili del Rambam Health Care Campus di Haifa, lo studio israeliano potrebbe avere conseguenze enormi. L’immunoterapia ha trasformato la cura di molti tumori, dal melanoma ai carcinomi polmonari, mentre nel tumore ovarico i risultati sono rimasti finora limitati. La possibilità di riattivare cellule B già programmate contro il cancro apre quindi uno scenario completamente diverso.
I ricercatori del Weizmann Institute sperano ora di arrivare rapidamente alla sperimentazione clinica di un vaccino basato sui linfociti B della memoria. La strada resta lunga e nessuno parla di cure immediate o definitive, ma la scoperta israeliana introduce un elemento nuovo in un campo dove da anni la ricerca fatica a compiere salti di qualità. In oncologia capita raramente che una scoperta cambi il modo stesso di guardare il problema. Questa volta potrebbe essere successo davvero.

