Ci sono scene che valgono più di mille rapporti delle Nazioni Unite. Più di cento risoluzioni. Più di un’intera biblioteca di dichiarazioni solenni sui diritti umani. Quella andata in scena a Ginevra, davanti al Consiglio per i diritti umani dell’Onu, è una di queste. Confesso di averla guardata con un senso crescente di disagio che è diventato presto disgusto.
Da una parte c’era Ilana Gritzewsky. Ricordatevi bene questo nome: Ilana Gritzewsky. E’ una ragazza israeliana rapita il 7 ottobre nel kibbutz Nir Oz, trascinata a Gaza, tenuta in ostaggio per cinquantacinque giorni. Una donna che racconta di essere stata picchiata, umiliata, che si è ritrovata denudata dopo aver perso conoscenza, senza sapere che cosa le fosse stato fatto durante quei minuti cancellati dalla memoria. Una sopravvissuta.
Dall’altra parte sedeva Reem Alsalem. Ricordatevi anche questo nome, Reem Alsalem. E’ relatrice speciale delle Nazioni Unite sulla violenza contro donne e ragazze, sulle sue cause e conseguenze. È questo il suo incarico: ascoltare le vittime, documentarne le sofferenze, dare loro voce quando il mondo preferisce non sentire. O almeno, questo sarebbe il suo compito.
Ilana le parla direttamente. Non legge un documento. Non cita statistiche. Dice una frase che dovrebbe inchiodare qualunque coscienza: «Io non sono un rapporto. Non sono una statistica. Sono la prova vivente della violenza sessuale di Hamas». Poi aggiunge qualcosa di ancora più devastante: «Mi guardi». Guardami.
E non c’è un filo di retorica in quelle due parole. C’è la richiesta più elementare che un essere umano possa rivolgere a un altro essere umano. E invece lo sguardo della funzionaria dell’Onu sfugge. Si abbassa. Si perde. Il volto è teso, contratto, imbarazzato. Sembra quasi infastidito dalla presenza della realtà.
Non voglio attribuire intenzioni che non posso conoscere. Mi limito a descrivere quello che chiunque può vedere: una sopravvissuta cerca gli occhi della donna incaricata di difendere le vittime di violenza; quella donna fatica a sostenerne lo sguardo. È un’immagine che resterà perché racconta molto più dell’ennesima polemica sull’Onu. Dice del cortocircuito morale di una parte delle istituzioni internazionali, di un sistema che trova sempre le parole per alcune vittime e sempre le cautele, i distinguo, le formule burocratiche quando le vittime sono ebree e i carnefici appartengono a Hamas.
Eppure la cosa più paradossale è che non stiamo parlando di fatti privi di riscontri. Diversi organismi delle stesse Nazioni Unite hanno documentato elementi più che credibili di violenze sessuali commesse il 7 ottobre e durante la prigionia degli ostaggi. La Rappresentante speciale del Segretario generale sulla violenza sessuale nei conflitti, Pramila Patten, ha parlato di “ragionevoli motivi” per ritenere che stupri e violenze sessuali siano stati perpetrati durante gli attacchi del 7 ottobre e di informazioni “chiare e convincenti” sulle violenze subite dagli ostaggi a Gaza. Anche una Commissione d’inchiesta dell’Onu ha raccolto elementi nella stessa direzione. E allora che cosa resta da negare, signora Alsalem? Forse resta da negare la vittima stessa.
Per questo considero quella testimonianza una delle immagini più potenti di questi anni. Non soltanto per il coraggio e la dignità e la forza e la nettezza di Ilana Gritzewsky, che ha trovato modo di trasformare il proprio dolore in un’accusa pubblica. Anche per quello che rivela dell’altra metà della scena.
L’ipocrisia raramente si lascia fotografare. Di solito si nasconde dietro parole prudenti, comunicati, commissioni, formule diplomatiche. Questa volta, invece, aveva un volto. Un volto incapace di sostenere gli occhi di una ragazza che chiedeva soltanto di essere creduta. E forse è proprio questo il punto.
L’antisemitismo contemporaneo raramente si presenta con gli slogan feroci del Novecento. Molto più spesso assume la forma del silenzio selettivo, dello scetticismo riservato soltanto ad alcune vittime, dell’indignazione che si accende e si spegne secondo la nazionalità di chi soffre. Ilana Gritzewsky non chiede pietà. Chiede una cosa mille volte più semplice: che il suo dolore sia trattato come il dolore di qualsiasi altra donna.
In quel momento, davanti a tutto il mondo, il banco degli imputati non era occupato dalla ragazza sopravvissuta a Hamas. Era occupato dall’Onu. E, almeno questa volta, non è riuscito a dire niente. Chissà se è riuscito a vergognarsi.

