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7/11. Le famiglie delle vittime contro Mamdani

Alla vigilia del venticinquesimo anniversario degli attentati, centinaia di familiari delle vittime chiedono che il sindaco di New York resti fuori dalla commemorazione

Alessandro Carmi

Tempo di Lettura: 3 min
7/11. Le famiglie delle vittime contro Mamdani

Centinaia di familiari delle vittime dell’11 settembre chiedono che Zohran Mamdani, sindaco di New York, non partecipi alla cerimonia del prossimo 11 settembre a Ground Zero, quando la città ricorderà i venticinque anni dagli attentati di al-Qaeda che uccisero 2.977 persone. Una petizione indirizzata al National September 11 Memorial & Museum sta raccogliendo migliaia di adesioni e comprende familiari di circa 300 vittime. La richiesta è destinata quasi certamente a scontrarsi con la prassi seguita finora dagli organizzatori, che prevede la presenza del sindaco in carica. Mamdani ha già fatto sapere che sarà alla commemorazione.

Tra i promotori dell’iniziativa figura Giovanni Galante, che negli attentati perse la moglie Grace Catherine Galante, 29 anni. Per lui e per gli altri firmatari il problema riguarda il rapporto che il sindaco ha avuto negli anni con personalità accusate di avere minimizzato il terrorismo islamista o assunto posizioni considerate incompatibili con il significato della commemorazione.

Uno dei nomi citati è quello di Hasan Piker, popolarissimo commentatore politico della sinistra americana che nel 2019 pronunciò la frase secondo cui l’America avrebbe «meritato l’11 settembre», salvo poi riconoscere di avere usato parole inappropriate. Piker ha sostenuto Mamdani e lo ha ospitato durante la campagna elettorale. Su questo punto, tuttavia, occorre distinguere le accuse rivolte oggi al sindaco dai fatti accertati. Nell’ottobre 2025 Mamdani prese esplicitamente le distanze da quella dichiarazione, definendola «objectionable and reprehensible», riprovevole e inaccettabile.

La petizione richiama anche i rapporti di Mamdani con l’imam di Brooklyn Siraj Wahhaj e la scelta di Ramzi Kassem come chief counsel del sindaco. Kassem, docente alla City University of New York ed esperto di diritti civili, ha rappresentato anche detenuti accusati di terrorismo. È però un avvocato e l’attività professionale svolta in difesa di imputati o detenuti, per quanto controversi, non può essere automaticamente assimilata alle loro posizioni. La sua nomina a chief counsel è stata ufficializzata all’inizio del 2026.

Il conflitto assume un peso particolare perché l’11 settembre rimane una ferita ancora aperta nella vita di New York. La cerimonia del venticinquesimo anniversario sarà riservata e inizierà alle 8.40 sulla Memorial Plaza. Ai tradizionali sei momenti di silenzio ne verrà aggiunto quest’anno un settimo, dedicato alle migliaia di soccorritori, lavoratori e residenti morti negli anni successivi per malattie legate all’esposizione alle sostanze tossiche sprigionate dal crollo delle Torri Gemelle.

Il Memorial ha sempre cercato di proteggere la commemorazione dalla contesa politica. Presidenti, governatori e sindaci in carica possono assistervi, restando in un’area riservata e senza intervenire. Il cuore della cerimonia appartiene alle famiglie, ai sopravvissuti e alla lettura dei nomi delle vittime.

Mamdani, da parte sua, ha ricordato pubblicamente l’11 settembre in diverse occasioni. Lo scorso maggio, proprio al Memorial, ha definito gli attentati «il giorno più buio nella storia della nostra città» e ha parlato della perdita di quasi tremila vite e delle conseguenze che continuano a colpire soccorritori e familiari.

È proprio questa distanza tra le parole del sindaco e la percezione di una parte delle famiglie a rendere difficile la controversia. Per i promotori della petizione contano anche le frequentazioni politiche, le ambiguità attribuitegli sull’estremismo e la sensibilità mostrata verso ambienti radicali. Per Mamdani e i suoi sostenitori, quelle accuse costruiscono invece una responsabilità per associazione che rischia di colpire il primo sindaco musulmano della storia di New York.

L’11 settembre Mamdani dovrebbe dunque essere a Ground Zero. Salvo una decisione inattesa del Memorial, assisterà in silenzio alla cerimonia insieme agli altri rappresentanti istituzionali. Venticinque anni dopo gli attentati, tuttavia, la disputa sulla sua presenza mostra quanto il significato politico e morale di quel giorno continui a essere terreno di conflitto nell’America contemporanea.