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Scintille di follia. Parigi accusa Israele di «cristianofobia»

Il Consiglio di Parigi approva una mozione proposta da Sophia Chikirou di LFI. Sotto accusa Israele e la sorte dei cristiani palestinesi, mentre nello Stato ebraico la comunità cristiana continua a crescere

Rosa Davanzo

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Scintille di follia. Parigi accusa Israele di «cristianofobia»

Il Consiglio di Parigi ha approvato una mozione dedicata alla difesa delle comunità cristiane palestinesi e libanesi nella quale compare un’accusa particolarmente pesante contro Israele, quella di «cristianofobia». A presentarla davanti all’assemblea municipale è stata Sophia Chikirou, consigliera parigina ed esponente di La France insoumise, eletta nel marzo scorso nelle liste del Nouveau Paris populaire.

Chikirou ha fatto riferimento alle chiese colpite durante la guerra a Gaza, alle vittime cristiane, alle aggressioni denunciate da religiosi e pellegrini e alle restrizioni all’accesso ad alcuni luoghi santi, attribuendone la responsabilità, nella maggior parte dei casi, alle autorità israeliane. A suo giudizio si tratta di episodi che vanno oltre le conseguenze della guerra e configurano veri e propri atti di ostilità verso i cristiani.

Che la guerra abbia colpito duramente anche la minuscola comunità cristiana di Gaza è indiscutibile. Nell’ottobre 2023 un attacco israeliano raggiunse un edificio appartenente al complesso della chiesa greco-ortodossa di San Porfirio, dove si erano rifugiati numerosi civili. Nel luglio 2025 fu colpita la chiesa cattolica della Sacra Famiglia, provocando tre morti e diversi feriti, fra i quali il parroco Gabriel Romanelli. Israele espresse rammarico per l’accaduto e spiegò che la chiesa era stata raggiunta accidentalmente durante le operazioni militari.

È il passaggio da questi fatti all’accusa di «cristianofobia» a sollevare interrogativi. La parola suggerisce infatti una persecuzione determinata dall’appartenenza religiosa e quindi una politica, o almeno un comportamento sistematico, rivolto contro i cristiani in quanto cristiani. I dati disponibili sulla loro presenza in Israele restituiscono un quadro molto diverso.

Secondo l’Ufficio centrale di statistica israeliano, alla fine del 2025 vivevano nel Paese circa 184 mila cristiani, poco meno del 2 per cento della popolazione, in maggioranza arabi. La comunità ha continuato a crescere e presenta livelli di istruzione particolarmente elevati. Nazareth ospita la maggiore popolazione cristiana araba del Paese, seguita da Haifa e Gerusalemme. Chiese, monasteri, scuole e istituzioni cristiane costituiscono inoltre una presenza visibile nella società israeliana.

Questo naturalmente non cancella gli episodi di intolleranza. Negli ultimi anni esponenti delle Chiese hanno denunciato aggressioni, sputi contro religiosi e atti vandalici compiuti soprattutto da estremisti ebrei. Sono fatti gravi, condannati anche dalle autorità israeliane, e proprio la loro esistenza impone precisione quando si cerca di descriverli. L’ostilità di gruppi estremisti e la «cristianofobia» attribuita a uno Stato sono due questioni profondamente diverse.

Più drammatica è la diminuzione della popolazione cristiana nei territori palestinesi, un fenomeno che precede di molti anni la guerra iniziata il 7 ottobre 2023. Betlemme ne rappresenta il caso più conosciuto. La componente cristiana, un tempo largamente maggioritaria, si è progressivamente ridotta e l’emigrazione continua a impoverire una comunità antichissima. Le cause indicate dagli stessi cristiani palestinesi comprendono il conflitto con Israele e le restrizioni alla circolazione, insieme alla crisi economica, all’instabilità politica e alla ricerca di migliori prospettive all’estero.

Anche nel Libano meridionale alcuni villaggi cristiani hanno pagato un prezzo pesante durante la guerra tra Israele e Hezbollah. Località come Rmeish, Ain Ebel e Debel hanno vissuto sotto la minaccia dei combattimenti, in una regione nella quale Hezbollah aveva costruito negli anni una vasta infrastruttura militare.

La mozione approvata a Parigi sceglie invece una chiave precisa e concentra l’accusa su Israele. È una scelta politica legittima, che diventa discutibile quando pretende di trasformarsi in una diagnosi complessiva della condizione cristiana in Medio Oriente.

Le comunità cristiane della regione stanno attraversando da decenni una crisi profonda, dalla Siria all’Iraq, dal Libano ai territori palestinesi. Ridurre questo fenomeno alla «cristianofobia» israeliana significa amputarne la storia e ignorarne una parte essenziale. Il dato forse più scomodo resta proprio quello che la mozione parigina avrebbe dovuto spiegare. In Israele, il Paese messo sotto accusa, i cristiani continuano a vivere, studiare, professare la propria fede e, sia pure lentamente, a crescere di numero.