Il sistema sanitario pubblico spagnolo registra un notevole peggioramento dei principali indicatori assistenziali, con le liste d’attesa per gli interventi chirurgici che hanno raggiunto i massimi storici. Quest’anno la nazione iberica ha vissuto un ciclo di mobilitazioni senza precedenti nel settore medico, intensificato da un modello di «sciopero a tempo indeterminato con un’astensione di una settimana al mese» tra febbraio e giugno e da manifestazioni in tutto il Paese per protestare contro la saturazione del sistema, la carenza di personale, l’elevata precarietà contrattuale e per esigere un tempo minimo di assistenza garantito per paziente.
Tuttavia, nel centro sanitario di Son Gotleu, a Palma di Maiorca, le preoccupazioni principali sono ben altre. La polemica è iniziata quando diversi utenti hanno denunciato la presenza di manifesti, fotografie e simboli di sostegno alla Palestina affissi in varie aree della struttura sanitaria pubblica, sostenendo che fossero stati collocati senza l’autorizzazione dell’Assessorato alla Salute. La tensione ha raggiunto il culmine nella mattinata di giovedì scorso, quando un cittadino spagnolo e un altro di origine africana hanno espresso il proprio dissenso per la presenza di tale simbologia, chiedendo che, se il centro consentiva l’esposizione di determinati simboli politici, si dovesse autorizzare anche l’affissione di una bandiera della Spagna. E così è stato: la responsabile del centro ha autorizzato il personale di sicurezza ad appendere la bandiera spagnola, ma la mattina seguente una dottoressa ha rimosso la «controversa» bandiera. Infine, la direzione del centro ha ordinato la rimozione di tutta la simbologia politica, confermando che purtroppo in alcuni luoghi della Spagna la bandiera nazionale è considerata un simbolo politico, una provocazione che, proprio come quella di Israele, non deve essere sventolata. In effetti, in questa stessa città, l’anno scorso diversi attivisti hanno sostituito la bandiera d’Israele con quella della Palestina durante la Coppa del mondo di scherma, rimanendo impuniti.
È triste che questo gioco di bandiere abbia luogo proprio mentre da Ceuta i colleghi dell’Ordine Ufficiale dei Medici inviano una lettera alla ministra della Salute, Mónica García, descrivendo lo scenario derivato dalla pressione migratoria sui servizi sanitari della città come una «catastrofe assistenziale» e una situazione di «emergenza di Stato», chiedendo una risposta immediata e la presenza fisica dello Stato spagnolo, che però non è ancora arrivata; il Servizio di Pronto Soccorso è stato rafforzato il primo giorno dell’ondata con appena due medici e due infermieri, e l’ultima comunicazione di Mónica García consiste in raccomandazioni per proteggersi gli occhi durante l’eclissi solare del 12 agosto.
Questa è la Spagna di Sánchez: lui in vacanza con la moglie (indagata per traffico di influenze illecite, corruzione, appropriazione indebita e abusivismo professionale) alle Isole Canarie, condividendo playlist e suggerendo libri, con il re anch’egli in vacanza proprio a Maiorca, mentre i medici di Ceuta denunciano che la rete sanitaria della città vive una situazione limite e insostenibile sul piano delle risorse umane perché migliaia di persone (8.000-11.000 secondo il governo della Città autonoma) rimangono ancora per strada in condizioni di estrema vulnerabilità (sovraffollamento, mancanza di adeguate condizioni igienico-sanitarie).
Completamente abbandonati dalle istituzioni, indignati e preoccupati per il rischio di focolai di malattie trasmissibili, migliaia di cittadini di Ceuta, con tanta rabbia e tanta forza, sono scesi in piazza al grido di «Ora basta!» — lo stesso che risuonò in tutto il Paese dopo il sequestro e l’assassinio del consigliere comunale Miguel Ángel Blanco per mano dell’organizzazione terroristica basca ETA nel 1997 —, unendosi alla manifestazione organizzata dalle quattro comunità religiose di Ceuta (cristiana, musulmana, ebraica e induista) per difendere la propria identità spagnola, chiedendo non solo al governo spagnolo ma anche alle istituzioni europee una risposta «immediata, decisa e proporzionata», poiché «Ceuta non può affrontare da sola una situazione che supera ampiamente le sue capacità e che riguarda l’intera Spagna e l’Europa». Gli abitanti di Ceuta stanno facendo tutto il possibile, hanno persino allestito degli accampamenti per proteggere donne e minori da stupri o aggressioni, come purtroppo è già accaduto, ma non ce la fanno più. Visto che il governo spagnolo è «chiuso per ferie», non c’è nessuno che possa aiutare questi cittadini europei?