Se ne sta bello tranquillo a Willesden, nel nord-ovest di Londra, da un quarto di secolo, senza essere disturbato dalle autorità britanniche, il 74enne Mahmoud al-Abyari, segretario generale del Segretariato generale della Fratellanza musulmana e alto dirigente della branca egiziana dell’organizzazione.
Dal 23 luglio scorso al-Abyari è sottoposto a un provvedimento sanzionatorio del dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti. Il provvedimento fa seguito alla decisione americana del 13 gennaio 2026 di designare le branche egiziana e giordana dei Fratelli Musulmani come «terroristi globali specificamente designati». Secondo il Tesoro americano, queste organizzazioni «si spacciano per organizzazioni civiche legittime mentre, dietro le quinte, sostengono esplicitamente ed entusiasticamente gruppi terroristici come Hamas».
Al-Abyari, che nei registri societari britannici compare come Mahmoud El Abiary e con nazionalità austriaca, è direttore di due società britanniche, Nile Valley Trust e World Media Services Ltd.Attualmente l’unica frontiera che non può valicare è quella degli Stati Uniti, dove è accusato di aver svolto attività di raccolta di fondi a favore di organizzazioni già sanzionate legate ad Hamas. Tra queste figura la fondazione turca Filistin Vakfi, accusata dal Tesoro americano di aver raccolto fondi per finanziare Hamas dopo le stragi in Israele del 7 ottobre 2023. Un’altra è Hayat Yolu, indicata dagli Stati Uniti come parte della rete finanziaria collegata ad Hamas.
Per questo gli Stati Uniti hanno congelato i beni e le proprietà di al-Abyari sotto la loro giurisdizione. Lui nega tutto e concede interviste da Londra, definendo «false» e «senza prove» le contestazioni che lo hanno fatto inserire nella lista nera. È sicuro di essere al riparo dagli effetti più pesanti della designazione perché a Londra i vertici dei Fratelli Musulmani egiziani, e di altri Paesi, continuano a operare. Il governo britannico, guidato dal primo ministro Andy Burnham, non ha finora adottato nei confronti di al-Abyari provvedimenti analoghi a quelli americani.
Resta così aperta una questione politica che Londra dovrà prima o poi affrontare: fino a che punto la scelta di mantenere aperti canali con esponenti e organizzazioni della galassia islamista, magari nella convinzione di poterli controllare o per il timore di alimentare accuse di islamofobia, rischia di trasformarsi in uno spazio di agibilità per reti accusate dagli Stati Uniti di sostenere Hamas?
La guerra santa ringrazia il buonismo, la stupidità e la burocrazia. E prospera anche grazie alle esitazioni dei Paesi europei, che nei confronti delle persone e delle organizzazioni colpite dalle specifiche designazioni americane citate finora non hanno adottato misure equivalenti a quelle decise da Washington.